skip to Main Content

Capitolo secondo, Genova e no

Per tutta la mia vita, finora, ho abitato a Genova, ma non sono nato a Genova.

Nel 1959 era ancora normale che i bambini nascessero in casa e così, come per i miei fratelli maggiori, mia madre si organizzò per andare a partorire in casa di sua madre, alla Spezia.

All’epoca la mia famiglia abitava già a Genova, a causa del nuovo lavoro di mio padre, che si era congedato dalla Marina Militare per essere assunto come ingegnere navale dai Cantieri del Tirreno. In qualche modo, la decisione di mettere al mondo un terzo figlio era legata alla prospettiva di stabilità e di benessere che il nuovo lavoro prometteva di garantire. E poi Genova era una città molto più grande della Spezia, con buone scuole, un’università importante e la prospettiva di maggiori opportunità, conoscenze, frequentazioni.

I miei genitori erano entrambi spezzini, legati alla loro cerchia di parenti e amici, ma avendo visto un po’ di mondo al di fuori del Golfo dei Poeti, avvertivano i limiti di una vita di provincia chiusa in un micromondo dove tutti sapevano tutto di tutti; dove ogni pensiero, ogni giudizio, ogni azione era oggetto di conoscenza e di chiacchiericcio. E poi, benché tra Genova e La Spezia i rapporti non fossero mai stati privi di conflittualità e di sospetti, fin dai tempi della rivalità tra Nicolò Fieschi e Oberto Doria, le due città erano sufficientemente vicine per potersi spostare da una all’altra in poche ore, nonostante una linea ferroviaria scavata sugli scogli di riviera e una strada statale costretta ad arrampicarsi sui valichi della Ruta, del Bracco, del Bracchetto, della Foce.

In questo modo si poteva cercare di conciliare il fascino di una vita autonoma in una grande città e il mantenimento di relazioni forti con la rete di affetti e di conoscenze della propria terra di origine, distante un centinaio di chilometri; potersi incontrare e frequentare con una certa facilità, sebbene non quotidiana, costituiva un valore percepito ancora più prezioso nei momenti del piacere e del bisogno, come nel caso dell’assistenza a un nuovo parto.

Così, alla fine di un torrido agosto passato sotto lo stormire dei pioppi nella campagna della Val di Vara, mia madre andò ad aspettare il suo travaglio alla Spezia, nella casa futurista di Via del Torretto: la Casa Bertagna costruita su un progetto dell’architetto Manlio Costa dall’impresa edile di mio nonno, che si era riservato l’ultimo piano e l’immenso terrazzo sovrastante come propria abitazione.

Ho abitato a Genova, finora, in sette case, in ognuna delle quali mi sono sentito propriamente “a casa”. Ma per quanto non abbia mai abitato in Via del Torretto se non per i soggiorni di vacanza presso i nonni, soprattutto durante le feste di Natale quando una sterminata famiglia si radunava per celebrare all’interno dei volumi futuristi una serie di riti propiziatori per l’anno che andava ad aprirsi, forse per l’imprinting tipico della prima ora dei neonati, conservo e riconosco nel mio profondo un’attrazione irrefrenabile, che tuttora mi sospinge verso quella casa dal profilo ribelle, fuori dagli schemi e dal contesto, eppure così intimamente iscritta nel contesto della mia vita.

Nella stanza dove sono nato, molti anni dopo ho salutato al termine di una passione troppo breve il volto scavato nel sudario dello zio Berto, allora incredulo che la morte potesse artigliare in quel modo infame un uomo ancora così giovane e così forte. In quella stanza, più che altrove al mondo, nel mio pensiero vita e morte si innestano in un’unica identità, in un unico interrogativo, in un unico ritorno.

Quando posso, accolgo con piacere l’invito di una zia o di un cugino a fare una visita in quegli spazi ora ristrutturati per le esigenze attuali, quasi irriconoscibili dopo lo spostamento di tramezze, l’abbassamento di contro soffitti, la comparsa di nuove pareti, divisori, prospettive, dove a fatica si può ritrovare un mobile o un oggetto che appartenga ai ricordi della mia infanzia, ma che nonostante tutto conservano nel sottofondo più impalpabile, dove si mescolano i sensi e la memoria, un odore unico, che si mescola con il bordone di umanità che da Piazza Verdi e Via del Torretto si insinua in un silenzio altrimenti irreale, colorandolo dell’eco della propria vitalità.

Facendo attenzione, in quel bordone si possono distinguere le nostre voci di bambini, i richiami degli adulti, lo sfrigolare del soffritto per il sugo, il tintinnare delle posate disposte sulla tavola, la ricerca cocciuta della sintonia con cui il nonno inseguiva sulla radio il suono di un’opera di Verdi o il dialogo di una commedia di Govi, l’unico dei genovesi che lo facesse ridere di gusto.

Non ho mai abitato in Via del Torretto se non come ospite gradito, comprese le prime due settimane di vita che precedettero il rientro di mia madre a Genova, in treno, con al seguito l’ultimo nato e una domestica della nonna destinata ad occuparsi per qualche giorno delle urgenze casalinghe.

La mia casa vera, la mia prima casa, era ad attendermi in Via Marco Polo, sopra la linea della Circonvallazione a Monte, la serie di larghi viali alberati che con il piano regolatore del 1825 Carlo Barabino concepì come collegamento a mezza costa tra fortificazioni, ville patrizie e abitazioni rurali, al fine di decongestionare il centro cittadino di allora e porre le basi per un’espansione urbana più consistente, compresa tra le cinte murarie medievali e le ciclopiche Mura Nuove del ’600.

Genova è una città in salita, verticale, che si arrampica subito dietro alla linea costiera o al limitare delle poche piane alluvionali, fino alla cresta delle colline, dei monti retrostanti, fino al crinale che la separa e insieme la congiunge, la espone e la protegge rispetto alle pianure del nord, la Padania, l’Europa.

Ma dove la natura è vista come matrigna o inefficiente, da che l’uomo è uomo, egli aggiunge del proprio, si difende. Pertanto, risalendo nei millenni, i genovesi hanno dato origine alla costruzione di una serie di muraglie che racchiudono la città come gli strati di una cipolla, via via più esterni al proprio cuore, fino a raggiungere il salto di prospettiva dello spartiacque e lì fermarsi, abbinando lo sguardo al mare e contemporaneamente all’oltre giogo, all’altro da sé.

Tra il mare e lo spartiacque c’è spazio, o almeno c’era spazio nella mente di un urbanista illuminato, perché la città viva e cresca, dia sfogo alla volontà, al sogno, magari alla pretesa di chi cerca nella città la risposta a una propria domanda. Da qui l’idea dalla Circonvallazione a Monte come asse portante di un sistema viario secondario a scendere e a salire lungo le curve di livello, per poi a ogni curva, a ogni tornante, lasciar partire in orizzontale la linea di lavoro per il terrazzamento tipico dei liguri, un muro a contenere il monte che incombe e uno a valle per trattenere il monte che sprofonda; ricavare dallo strapiombo una terra buona per coltivare una vigna, un orto, o per affondare le fondamenta di una casa che rispetti il mondo e che guardi l’orizzonte.

Così era la nostra casa di Via Marco Polo, posta sullo sperone meridionale di un contrafforte della collina del Castellaccio o, come lo chiamano i genovesi, del Righi, in assonanza con l’altura di Lucerna su cui si sale con un trenino a cremagliera del tutto analogo a quello inaugurato a Genova nel 1897 dallo stesso costruttore, Franz Joseph Bucher.

Una casa, la nostra facilmente visibile da tutto il centro cittadino e, in particolare, da entrambi i versanti della Valverde a levante e del Fossato San Nicolò a ponente. In particolare, era facilmente visibile lo spigolo dall’intonaco bicolore di quello che è stato il nostro appartamento, dal quale mia madre, con un sospiro, diceva sempre che si godeva di una vista incredibile.

Io non ricordo alcuna vista da quelle finestre, ero troppo piccolo e ho lasciato quella casa che avevo appena compiuto due anni. Tuttavia, ho un ricordo lucidissimo, per quanto confuso e misterioso, di una notte in cui la mia coscienza si destò dal suo brodo neonatale per accorgersi del mondo; nel mio caso per sentire nella penombra delle voci familiari, il loro alternarsi in un dialogo casalingo, intimo, pacato, mentre fuori il vento sferzava le imposte e le finestre; un vento di tramontana, forse, tra tutti quello che più invita a rintanarsi, a riscaldarsi, a rinsaldarsi nella reciproca confidenza.

 

 

Guido Conforti

Founder e direttore artistico di Biarritz Studio.
Cammino, scrivo, parlo, racconto per immagini.

Back To Top