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Capitolo terzo, Casa mia

Non ho mai ben capito chi fosse in realtà Lorenzo Stallo.

In un quartiere in cui le strade intorno erano state dedicate a pittori genovesi del passato (Bernardo Strozzi, Sinibaldo Scorza, Bartolomeo Guidobono, Carlo Antonio Tavella) si diceva che si era fatta eccezione per un ricco possidente, forse un benefattore locale, essendoci nella zona una serie di conventi, istituti e scuole religiose, tra cui un asilo che ho frequentato per un paio d’anni trovandosi a poche decine di metri di distanza da casa mia.

Senza mezzi la carità ha le gambe corte ed è possibile, se non probabile, che Lorenzo Stallo abbia sostenuto queste opere di misericordia, o qualcuna di esse, mettendoci del proprio, dato che, evidentemente per qualche buona ragione, è stato poi innalzato agli onori della toponomastica comunale.

Oppure, sempre ai si dice, si doveva trattare di un vecchio comandante di nave, dalla pelle spessa e lustra, portata a casa e quindi salvata da decenni di navigazione sulle rotte pericolose del Mar Giallo o dello Stretto di Malacca. Un sopravvissuto che, come spesso capita con i baciati dalla sorte, aveva conservato il ricordo di quel tempo ingarbugliato fin dentro al calcestruzzo con cui nella vecchiaia si era costruito un palazzotto a forma di bastimento, con la parete convessa di quella che richiamava il castello di poppa, intorno alla quale girava la curva della strada diretta verso il Righi.

Comunque sia, di certo non si trattava di un pittore e, a prescindere dai meriti acquisiti presso il Padreterno, nella vita di chi abita o ha abitato in questa breve strada che si consuma in un paio di tornanti, Lorenzo Stallo è semplicemente il nome della via, che si usa pronunciare proprio così, con il nome e il cognome a creare un armonico pentasillabo.

A differenza del resto del quartiere e anche delle strade dei pittori, in Via Lorenzo Stallo dal dopoguerra in poi è stato costruito un solo nuovo edificio, ultimato nel 1961 ed è in questo che i miei genitori hanno acquistato un appartamento, dopo aver fatto e rifatto mille volte i conti e aver deciso che valeva la pena indebitarsi per acquistare una casa propria e smettere di spendere soldi negli affitti.

Erano gli anni ruggenti del Miracolo Italiano, in cui il prodotto interno lordo cresceva di oltre il 6% grazie a un’industria risollevata dalle distruzioni della guerra, capace di esportare prodotti di qualità in tutto il mondo. Era l’Italia della “bella vita”, che è davvero tale quando gli italiani lasciano perdere, almeno per un po’, il cinismo, la diffidenza reciproca, l’astio, il pessimismo, il fanatismo e ogni sentimento che li appiattisca sul proprio sterile quotidiano, senza uno slancio collettivo verso gli altri e verso il futuro.

“Poveri ma belli” era un film dell’epoca diretto da Dino Risi, che rendeva l’idea di un’Italia giocosa e innamorata, perfino ingenua, ma lontana anni luce dalla patria dei disincanto postmoderno celebrato cinquant’anni dopo da un altro film, “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino; una bellezza che il suo protagonista, Jep Gambardella, non è stato capace di trovare da nessuna parte perché perduta, sfiorita, evaporata, forse per sempre.

All’alba degli anni ’60, invece la bellezza era nelle cose, così dicono i ricordi consapevoli dei nostri genitori, che se si sentivano poveri, oltre che belli nella loro gioventù, non se ne lamentavano poi troppo; si rimboccavano le maniche e lavoravano, convinti che dalla povertà ci si potesse tirare fuori, che le cose sarebbero andate sempre un po’ meglio, anche perché di lavoro ce n’era, bastava volersi dare da fare.

Risparmiavano anche, e con i risparmi di ogni mese potevano pensare di comprarsi una casa; nella mia famiglia, come in tante altre, la casa prima dell’automobile, della televisione, delle vacanze, dei viaggi per turismo, tutte cose che sarebbero arrivate più o meno in questa successione, senza fretta e attenti, come diceva mio padre, “a non fare il passo più lungo della gamba”; soprattutto se, come nel nostro caso, si poteva contare su un solo stipendio a fine mese.

Avendo preso la decisione di comprare casa, mia madre si era dedicata a valutare offerte immobiliari da discutere alla sera con mio padre, allargandosi a spirale intorno al centro di Via Marco Polo, sia per comodità sia perché in quegli anni le previsioni di Carlo Barabino stavano attuandosi, anche al di là di quanto ci si sarebbe mai potuto immaginare. Sopra a Circonvallazione a Monte stavano formandosi quartieri popolosi e di nuova edificazione, che avrebbero cambiato per sempre i quartieri di Oregina, San Nicola, Castelletto e giù a declinare verso Via Carso, San Bernardino, fino a Piazza Manin, laddove le Mura Nuove seguivano il taglio orientale del versante fino a chiudersi sul greto del Bisagno a Borgo Incrociati.

 

 

 

 

 

 

Via Chiodo (una specie di parallela a Circonvallazione a Monte poco sotto il culmine del Righi) costituiva il confine a nord della ricerca; sopra ad essa le case si facevano più rare, il panorama era mozzafiato, ma si era già in campagna, mancavano i negozi, le scuole, per ogni bisogno era evidente che si sarebbe dovuto scendere a valle, e di molto. Il nonno Attilio, che di case ne aveva costruite a centinaia, ripeteva sempre: “Scendi! Scendi!” e in cuor suo mia madre capiva la saggezza di quei consigli. Fece anche delle puntate nell’estremo levante di Genova, tra Quinto e Nervi, dove ugualmente erano in costruzione nuovi quartieri residenziali. Sembrava di essere in un’altra città, più silenziosa, luminosa, ordinata, di fronte il mare senza il diaframma di un porto, faccia a faccia.

Alla fine la scelta cadde appunto sull’edificio di Via Lorenzo Stallo, per una serie di ragioni che in definitiva credo debbano essere ricondotte a un pragmatico buon senso.

Tuttavia, più di una volta mi sono chiesto come sarebbe stata la nostra vita se per caso fossimo andati ad abitare a Nervi o a Quinto: chi avremmo incontrato, che esperienze avremmo fatto, di chi ci saremmo innamorati, in quali studi ci saremmo impegnati, quale sarebbe stata la nostra strada nel lavoro?

E’ più che probabile che la nostra vita sarebbe stata tutta un’altra, chissà se più o meno felice. Ma diceva un saggio che la vita non è da intendersi come una serie di porte che si aprono, bensì come una serie di porte che si chiudono. Nell’estate del 1961 i miei genitori decisero di chiudere le porte a tutte le possibilità di andare ad abitare altrove facendo una scelta di cui credo non si siano mai pentiti.

Di conseguenza quella scelta riguardò anche noi fratelli, che all’epoca non avevamo alcun pensiero riguardante l’imponderabile del nostro futuro. Tutto era un gioco, tutto un’avventura da vivere intensamente, un tesoro da scoprire.

Avevo soltanto due anni quando mia madre mi condusse a vedere la casa nuova di Via Lorenzo Stallo, facendomi attraversare la strada in una radiosa mattinata di settembre. In attesa del trasloco, la casa era ancora vuota, inondata dal sole che splendeva senza più affliggere con la vampa della piena estate. Mi piacque, ci piacemmo.

Ho abitato in quella casa per trent’anni e ne conosco ogni centimetro quadrato, ogni scheggia del pavimento e ogni segno sulla tappezzeria, ogni segreto nascosto negli armadi e la consistenza di ogni maniglia nel chiudere o nello spalancare la porta di ogni stanza.

Se la felicità non ha niente a che vedere con la produzione di endorfine, se non si sovrappone al piacere, alla soddisfazione, al benessere e neppure alla beatitudine, ma se in fondo non è nient’altro che un tornare a casa dopo essere stati per il mondo, posso dire che la casa di Via Lorenzo Stallo per trent’anni ha permesso che potessi concepire la felicità; riconoscere la fortuna di avere una casa a cui fare ritorno qualunque fossero stati gli incontri, le parole, le azioni, le rinunce, i successi, le delusioni, le commozioni, le incomprensioni.

C’è sempre stata una casa e le chiavi in tasca per aprirne la porta, per capire se c’era qualcuno anche senza chiedere, anche senza guardare: bastava annusare l’aria, intercettare l’onda impercettibile che da un letto, da un sofà, dalla una seggiola accostata a un tavolo di studio, rimandava la risacca di una attesa compresenza.

 

Guido Conforti

Founder e direttore artistico di Biarritz Studio.
Cammino, scrivo, parlo, racconto per immagini.

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