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Ghost City

La città indolente ti viene intorno camminando di sbieco, naso insù, fiutandoti appena. Avanzi contro il vento sabbioso che solleva le tende sulle misere soglie di casa, come se scherzasse tra le gambe della vecchia negra composta in un ampio vestito rosa da caramella stropicciata. La vecchia dorme come un arazzo crollato su una sedia che chiede pietà. La città appare come un non-luogo, non atto a procedere. Adesso ha pochi anni appena, il naso che gli cola, non mangia cioccolata da una vita, cosa vuoi che gli interessi se tutto se ne va per vicoli della malora e tu con la fanfara in testa, è questa la sostanza dell’incontro.

Hai sentito parlare di Bissau, capitale della Guinea portoghese, e del suo vecchio porto fantasma da un pescatore della Casamance, su nel Senegal. Che ci vai a fare in un posto del genere, ti aveva chiesto, rivolgendosi più che altro all’acqua fangosa in cui teneva la lenza, alla foce del grande fiume. Lì per lì non avevi saputo rispondere e lui non era nemmeno un pescatore, forse un tassista o il boy di una guest-house. Come ogni volta, quando ricorderai la Guinea dal cielo di una finestra romana, niente più rispetterà l’ordine che l’ha causato. Una città è come una donna o come il tempo, la sua natura intima è un sentore accennato, forse allucinato, irrisolvibile.

E’ desolatamente fioca la mattina di Bissau, figlia di una luce pallida, sgranata dalla polvere che cospira con l’umidità salmastra sospesa nell’aria. Mentre facevo la colazione di guerra che sembrava quella piccola omelette col pane rifatto e il caffè allungato all’inverosimile, poco fa, un maestro elementare con i vestiti seminati di macchie, improbabile come un figurante di scena preso da vicino, ha scambiato le sue due parole di raro inglese con me.

Parlano un incomprensibile portoghese gutturale quaggiù, lui s’è sentito in dovere di spiegarmi qualcosa della sua terra, e m’ha parlato della carestia, a gesti più che altro, con una tensione espressiva che mi ha fatto sospettare volesse chiedermi una mancia in cambio di quel difficile dialogo tra mimi. Sembra che l’esportazione degli anacardi sia la chiave di volta di tutta l’economia guineana, e che l’anno precedente una terribile invasione di locuste abbia pasteggiato col raccolto mettendo al tappeto il già tremebondo paese.

Senza troppa empatia annuisco, un vago irragionevole disagio mi limita, sarà per questo che il nostro breve dialogo non ha un futuro, nemmeno immediato. Il maestro se ne va senza insistere, scuotendo leggermente il capo, ed è anche il primo deciso segnale che una qualche vita di relazione esiste in questa che pare essere una città di fameliche assenze.

Sette sono le navi affondate che abitano il porto di Bissau. Come vecchie balene in malora le trovi che prendono il sole piegate mollemente su un fianco, legate l’una all’altra in mezzo a uno sterminato altare di fanghiglia gialla. La strana marea di questo scorcio d’Africa si ritira all’orizzonte e torna a lambire la costa due volte a settimana. Un incubo di polvere, fango e ruggine, una catastrofe silenziosissima ti si offre con la grazia dei senza tempo, degli oltre pena. Guardo il cielo che si vuota in un crepuscolo ocra di polveri, il sole come una moneta fuori corso vicino al collo spezzato di una gru che domina mezzo skyline sopra i vecchi cantieri abbandonati.

Penso alle cose che vanno in malora, alle mura rosicchiate, alla gente che ci dorme contro in mezzo al pomeriggio pieno, ai quattro taxi Mercedes tenuti su con lo sputo e molta fantasia che fanno su e giù tra il mercato alto e il porto coloniale in basso. Bissau come certi angoli di Roma, come i vecchi quartieri industriali dimessi di Detroit, come i complessi archeologici e i depositi e le stazioni abbandonate lungo le strade di ogni mondo non inducono a riflettere sul passato, piuttosto ti invitano profeticamente nel futuro, rivelano le dinamiche per cui lavora una metà consistente di universo.

Adesso la città ti è salita sulle spalle e mangia noccioline e pesa, puzza anche un po’, e tu sei stanchissimo della giornata, ti manca qualcosa da bere, ti manca il passo spedito dei viali europei, la leggerezza di pensare in un vuoto pneumatico, formulare una verità e poterla smentire in base alle conseguenze manifeste.

Vado a sedermi nel bar più probabile di Bissau, in Praça Che Guevara. Sui tavolini sparsi malamente sotto una grande tettoia di lamiera si affollano quella decina di bianchi che lavorano per le ONG nei progetti di cooperazione. La cameriera sciatta e scura fa un mezzo gesto di scusa e mi indica un unico tavolo possibile occupato da un francese che legge un libricino sprofondato tra le ginocchia, un francese pallido con una camicia hawaiana che grida vendetta.

Penso che due chiacchiere, in fondo, non mi faranno male. Saluto cortesemente e mi siedo, tre o quattro minuti forse, poi la tristezza specifica di questa comunissima faccia d’oltralpe mi morde la coscienza. Sentp che il vuoto desolato di Bissau mi autorizza a uscire da ogni galateo, così mi rialzo improvvisamente in piedi, saluto ancora, il francese torna sprofondato nel libricino tra le ginocchia. E’ solo lei, questa paura mortifera che nulla valga, in fondo, che spinge ognuno ai margini invisibili della cornice umana.

I venditori di ammennicoli, simili a statue di mogano invalicabili, presidiano senza sosta il perimetro esterno del bar.

I taxi Mercedes barriscono inutilmente a caccia di clienti, mentre girano ossessivamente l’ovale della polverosa piazza.

Una puttana giovane, raffinata e molto carina, si aggira sorridendo tra i tavolini cercando di scacciare la morte volatile dalle spalle crollate degli europei.

Mi do un ultimo sguardo intorno e sto quasi per sorriderle di rimando, vivaddio, perché no.

West Africa, Bissau, 14 febbraio, 01:15 p.m. E’ ora di rimettersi in viaggio.

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