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Capitolo quarto, Un amico

Nel suo iper-romanzo “La vita istruzioni per l’uso” Georges Perec costruisce lo schema narrativo descrivendo le vicende dei protagonisti all’interno di un palazzo parigino nel diciassettesimo arrondissement, al numero 11 dell’inesistente Rue Simon-Crubellier, del quale si immagina di poter osservare quanto accade nelle dieci stanze per piano che si ripetono per tutti i dieci piani dello stabile; come se per agevolare l’azione di chi scrive e di chi legge, fosse stata rimossa la facciata di quello stabile.

Quando ho letto l’opera di Perec il pensiero mi è corso in automatico alla casa di Via Lorenzo Stallo, benché si tratti di un edificio di dimensioni più ridotte, composto da soli cinque piani, la cui particolarità (se vogliamo definirla tale in un palazzo altrimenti del tutto ordinario e analogo a tanti costruiti a Genova tra gli anni ‘50 e ‘70) è di avere una facciata il cui intonaco risulta ricoperto da uno strato di minuscole mattonelle policrome, capaci di giocare con la luce del sole a seconda dell’umore del sole.

Più che una facciata, parrebbe una quinta di teatro, una sorta di fondale disposto a ornamento e contemporaneamente a schermo della vita privata di chi abita le stanze retrostanti.
Ma se per gioco si volesse ripetere l’esperimento di Perec e lo si volesse fare dando vita alle vicende di chi abitava in quel palazzo nel periodo della mia infanzia, le storie che ne deriverebbero sarebbero per la maggior parte storie di famiglie giovani, normalmente con più di un figlio al proprio interno, quindi per molti aspetti storie analoghe, almeno per l’insieme del propositi, dei tremori, delle abitudini, dei modi di vivere un periodo molto particolare della storia di Genova e dell’Italia.
Nel 1965 Genova toccò il numero massimo di abitanti nel territorio comunale, oltre 848.000 persone, in prevalenza residenti perché occupati, o collegati all’occupazione di un familiare, nelle diverse attività economiche della città: il porto, l’industria, l’edilizia, le crescenti imprese commerciali a servizio di una popolazione in forte aumento.
Peraltro, tutta quella umanità non si traduceva in corrispondenti dosi di socialità; per cultura secolare, c’è chi dice addirittura per indole, i genovesi osservano fedelmente la pratica della congregazione, del gruppo ristretto, della famiglia intesa come istituzione dedita al bene dei suoi membri ottenuto attraverso la difesa, se non la contrapposizione degli interessi di una parte rispetto a quelli di qualsiasi altra parte. E’ un modo forse atavico, forse necessario per chi è abituato a far buon uso di ogni genere di scarsità ai fini della propria sopravvivenza; una via ordinariamente percorsa da chi intenda tutelare una proprietà, un diritto, perfino una pretesa, a prescindere dal suo contesto civico e sociale, talvolta a prescindere perfino dalla sua legittimità.
La cultura genovese è intrisa della cultura del sospetto, del pregiudizio, della ritrosia a mettersi in relazione se non per convenienza; disponibile, al massimo, al concepire una reciproca convenienza. E’ quindi fondamentalmente una cultura del riserbo, ossia del radicato convincimento che i rapporti umani siano una forma particolare di contrattazione e che quest’ultima risulti sempre più vantaggiosa se preservata dalla conoscenza delle motivazioni intime dei contraenti.
Non è un caso, quindi, che le relazioni umane e sociali anche all’interno di uno stesso caseggiato siano tendenzialmente ridotte al minimo indispensabile di una basica etichetta, suscettibili pertanto di debordare in un’esplicita avversione nei casi, tutt’altro che infrequenti, in cui l’etichetta si dimostri inefficace in presenza di qualsiasi motivo di contrasto. E’ probabile che a questo sia dovuta una così alta percentuale di litigiosità condominiale e anche di avvocati in grado di gestire la litigiosità condominiale.
Quando vivevo in casa dei miei genitori non ho mai avuto il dispiacere di partecipare a un’assemblea di condominio, ma ricordo che mio padre avrebbe preferito passare un giorno intero sulla spiaggia di Voltri, lui che detestava la vita di spiaggia, pur di essere sollevato da quella periodica incombenza. Eppure, non ricordo che sia mai emerso un dissapore, un’esplicita avversione tra condomini, se si vuole escludere il sadico piacere con cui la proprietaria del poggiolo sovrastante il cortile dove noi ragazzi andavamo a giocare ogni pomeriggio, sequestrava il pallone o lo restituiva trafitto da un coltello se un tiro sbilenco aveva la sventura di finire tra le sue mani.
Per questi motivi, nonostante la struttura demografica degli abitanti di Via Lorenzo Stallo invitasse alla frequentazione e magari all’amicizia, almeno tra coetanei, in realtà così non accadeva, o almeno accadeva meno di quanto ci si sarebbe aspettati altrove.
Non ricordo di avere mai avuto un amico, inteso come tale, riconducibile a questa categoria della relazione umana, prima dei 5 anni. Fino ad allora, i compagni di gioco erano stati i miei fratelli e i miei numerosi cugini, con cui passavo estati interminabili.
Finché un giorno mia madre mi portò nelle altre scale del palazzo, allo stesso piano del nostro appartamento (Perec ne avrebbe potuto sottolineare la perfetta specularità) per farmi conoscere Gianni, visto che da lì a poco avremmo iniziato insieme la prima elementare.
Gianni era quindi destinato a diventare mio amico, non per scelta dei diretti interessati, ma perché così disposto dalle nostre madri e per motivi pratici, almeno in parte connessi all’organizzazione familiare, dato che in quel modo avrebbero meglio potuto gestire gli accompagnamenti, i rapporti con la scuola, con il maestro, magari anche lo svolgimento dei compiti a casa.
Nonostante questo fatto e nonostante l’innata timidezza che mi avrebbe afflitto per decenni, Gianni mi risultò immediatamente simpatico. Forse l’idea di avere un amico, compresa la prospettiva di condividere una strada da percorrere insieme, l’immagine della scuola come parte di un mondo che si apriva, con un un suo fascino, proprio delle cose nuove e sconosciute, mi rinforzò in quella simpatia. Forse Gianni pensò di me qualcosa di analogo, ma non ne abbiamo mai parlato; non abbiamo mai parlato di quel giorno lì, di cosa avesse pensato lui, in quel momento.
In realtà Gianni  all’anagrafe risulta come Gian Antonio ed era nato a Cuorgné, in provincia di Torino. Anche questo fatto contribuì al nascere della simpatia, prodromo dell’amicizia reale che in seguito si sarebbe sviluppata da sé, per altre vie.
Entrambi avevamo già nel nome e nella provenienza qualcosa di insolito, di non omologato alla esistenza più ordinaria dei vari Luca, Paolo, Federico, Alessandro, Andrea o Giovanni Battista nati a Genova, magari da genitori genovesi. Entrambi avevamo in embrione il nucleo di un racconto che a partire dal nostro specifico genoma si sarebbe poi potuto sviluppare insieme alle storie del nostro peregrinare per il mondo, tra l’altro e per la sorprendente bizzarria della sorte, un mondo che in parte significativa avrebbe avuto i comuni confini del Ponente ligure.
Entrambi abbiamo poi davvero sviluppato, ognuno a modo proprio, la potenzialità di quel racconto facendoci raccontastorie di professione e questa, per quanto mi riguarda, fa parte della mia storia.
Anche Gianni ha imparato a convivere con i suoi quattro quarti di timidezza, per cui, al di là della simpatia reciproca, all’iniziò ci aiutò a entrare in confidenza il comune interesse per i libri e per la lettura.
A quell’epoca accadeva abitualmente che i bambini in procinto di iniziare la prima elementare, sapessero già leggere e quindi utilizzassero quella loro competenza per leggere libri.
Io possedevo dei cubi di legno con su scritte le varie lettere dell’alfabeto, in maiuscolo e in minuscolo, in stampatello e in corsivo; con quelli componevo delle parole, le leggevo, le scomponevo, ne componevo delle altre. Ho iniziato così a giocare con le parole, sui pavimenti di graniglia di casa mia, ben prima che il Maestro Dini ci spiegasse che A è l’iniziale di Ape, B di Bue e C di Casa.
Leggevo ovunque parole, scoprendo che le parole esistevano di per sé, ma che al tempo stesso significavano qualcosa, indicavano qualcosa di concreto che esisteva prima delle parole. Ricordo il giorno in cui, fermo alla stazione di Nervi, mi cimentai con la lettura dal finestrino del treno della sequenza di lettere G-A-B-I-N-E-T-T-I, che poi lessi di filato salvo tapparmi la bocca con entrambe le mani per essermi reso conto di avere pronunciato a voce alta una parola indecorosa, tra le risate dell’intero vagone.
Tuttavia un conto sono le parole e un altro le storie, che con le parole si possono raccontare.
Devo a Gianni la lettura del primo libro propriamente tale che ho letto; si trattava di “Pinin del bosco”, le vicende ordinarie di un uccellino di cui ricordo solo il titolo e credo di aver rintracciato l’autore in Sergio Griseri. Contraccambiai con il crepuscolare “La storia di Pipino, nato vecchio e morto bambino” e a seguire con “Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno”, ma qui stiamo già entrando nella Letteratura, che scendeva fino a noi dagli scaffali delle librerie dei nostri genitori.

Già dalla prima elementare, nell’attesa inconsapevole di raccontare le nostre, leggevamo storie, una dopo l’altra; storie per lo più appartenute alle generazioni che ci avevano preceduto e quindi esse stesse veicolo di comunicazione, di trasmissione, di appartenenza. Ma siccome eravamo più divoratori di storie di quanto le disponibilità di casa potessero fornirci, chiedevamo di poter comprare altri libri. Almeno per quanto ci riguarda, il regalo più frequente per una ricorrenza, per una bella pagella o per il semplice piacere della cosa in sé, era essere accompagnati in un negozio di libri per ragazzi ed essere lasciati liberi di scegliere.
Negli anni delle elementari io e Gianni avevamo un’irrefrenabile passione per i romanzi di Emilio Salgari; non soltanto il Ciclo dei Pirati della Malesia, le vicende di Sandokan e Tremal Naik, ma anche il Ciclo dei Corsari delle Antille, con il Corsaro Nero e sua figlia Jolanda, il Ciclo del Far West e tutte le avventure in terre esotiche: in India, in Africa, in Russia, in Persia, in Oriente, nelle Americhe, in Oceania, perfino ai Poli. Al solito dei due io ero il meno metodico e il più disordinato, mentre Gianni si era messo in testa di collezionare tutte la produzione di Salgari edita dai Fratelli Fabbri e credo che così abbia poi fatto, consentendomi di leggere romanzi altrimenti introvabili come “I pescatori di Trepang” o “La favorita del Mahdi”.

Avevamo poi scoperto che Salgari non era mai stato personalmente nei posti di cui raccontava e che anzi aveva vissuto quasi tutta a vita tra il Veneto e il Piemonte. Solo un breve periodo lo passò a Genova, probabilmente per incontrare intorno al porto i reduci da viaggi in qualcuna di quelle terre lontane.
Questo fatto non ce lo fece però risultare né meno interessante né meno amato, anzi. La casa di Salgari a Torino era ugualmente distante da Mompracem quanto la nostra in Via Lorenzo Stallo.
Dopo 13 anni di scuola passati insieme, dopo una parentesi vissuta all’interno delle scienze dure della fisica e delle geologia, Gianni ha dedicato la sua vita ai viaggi, ai luoghi e alla scrittura riguardante i luoghi.
Questa sua scrittura peripatetica è iniziata proprio da Genova e su Genova, il luogo che più di ogni altro corrisponde ai contorni della sua vita.
Nel 2003 ha pubblicato il libro “Genova in posa”, in cui la narrazione avviene attraverso immagini distinte per la prevalenza del colore percepibile all’interno di una città policroma, che la distingue e la differenzia da altre città a lei simili per struttura urbana o vicine geograficamente: e quindi una Genova in grigio, ma anche in bianco, in rosso, in blu, in verde, Genova dipinta, Genova dorata.
Forse, nella ruota di questo caleidoscopio in grado di dare le vertigini, la preferenza di Gianni va alla Genova in bianco, alla “Genova porta d’Europa, vertice del Mediterraneo, che nella sua storia ha assimilato con tollerante disinvoltura saccheggiatori e scienziati arabi, banchieri e cartografi ebrei, pittori fiamminghi, contadini emigranti e immigrati in egual fuga dalle uguali fami delle montagne italiane del diciannovesimo secolo e del Maghreb africano del ventunesimo. Giusto che al centro del Porto Antico domini il colore bianco, colore somma di tutti i colori, per una città la cui anima, la cui storia, la cui ricchezza sorgono dalla somma e dalla mescolanza delle anime, delle storie e ricchezze delle genti che a Genova e con Genova hanno vissuto, lottato, interagito. Genova porta del Mediterraneo, bianca anche nei suoi grandi traghetti e nelle navi da crociera che hanno qui il loro trafficato capolinea delle rotte vacanziere e commerciali. Visti dalla giusta angolazione, magari dalla punta dei Magazzini del Cotone, i traghetti ormeggiati presso il Terminal di vetro fan sembrar piccola anche la Stazione Marittima; ponte Federico Guglielmo, si legge in una vecchia cartolina”.

Guido Conforti

Founder di Biarritz Studio

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