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Capitolo quinto, Compagni di scuola

Il primo ottobre 1965 è stato il mio primo giorno di scuola.
A meno che non cadesse di domenica, in Italia la scuola iniziava immancabilmente quel giorno, festa di San Remigio. I nuovi alunni della prima elementare venivano chiamati quindi “remigini”; un soprannome a cui si collegava un sentimento popolare di tenerezza e di fiducia sul futuro. I giornali, la radio, per chi l’aveva la televisione, raccontavano compiaciuti le cronache di quell’inizio.
Il primo ottobre 1965 è stato il mio primo giorno di scuola ed è stata una festa: mia mamma mi ha accompagnato giù per Corso Firenze fino al grande stabile color panna che ospitava l’Elementare Maria Mazzini e dove una fiumana di bambini, con lunghi grembiuli bianchi o neri a seconda del sesso, confluiva sul portone di entrata. Poi l’individuazione della classe, la scelta del banco, la scoperta dei volti dei compagni, l’incontro col maestro che era uno e, nel nostro caso, maschio; così come la classe era tutta maschile.

Fu una bella giornata tersa e luminosa quel primo ottobre 1965; di quelle che allietano il cuore e invitano a guardare il cielo azzurrissimo, a lasciarsi invadere dall’ultimo refolo del maestrale che  da una settimana aveva spazzato via ogni residuo dell’afa estiva, della macaja, il tempo umido e appiccicoso che quando ci si mette sa come rendere dura la vita ai genovesi.
Ma tutto scorre e il due ottobre 1965 fu invece una giornata già pienamente autunnale, nel senso di cielo grigio e basso, steso sui tetti grigi e lustri della città dai mille grigi, una pioggerella vaporosa a impastare il tutto, a complicare la routine di una partenza per la scuola in cui si era già persa la magia del primo giorno.
Nell’organizzazione che ci eravamo dati, la mamma di Gianni ci avrebbe accompagnato a scuola con la macchina; in fondo. proprio con quest’unica motivazione, aveva da poco preso la patente di guida.
Genova ha poche strade e quelle poche, oltre che strette, sono il passaggio obbligato di chi usa la strada per andare sui luoghi di lavoro, per trasportare la merce del porto, i prodotti dell’industria e quelli dei mercati. Tuttavia, per qualche motivo incomprensibile, soprattutto nelle giornate di cattivo tempo, le strade sono sempre intasate negli orari di apertura e di chiusura delle scuole dai genitori che si ritengono in dovere di accompagnare i propri figli evitando l’uso del mezzo pubblico o, in alternativa, il ricorso a una salutare camminata che, nel nostro caso, sarebbe stata non più lunga di un chilometro; un quarto d’ora al passo di un bambino con in spalla una cartella.
Invece la nostra organizzazione non prevedeva camminate, tanto meno con il brutto tempo, cosicché con congruo anticipo la mamma di Gianni ci fece salire a bordo della sua Fiat 1100 per dirigersi giù per i due tornanti di Via Lorenzo Stallo e poi il lungo rettilineo in discesa di Via Bernardo Strozzi, con le auto su entrambi i lati parcheggiate a pettine; si trattava di macchine dalla carrozzeria robusta e inconsapevoli della sorte di essere messe a prova della loro robustezza perché centrate in successione dalla nostra, scappata chissà come dal controllo della conducente e scivolata sull’asfalto reso viscido dalla pioggia a speronarne una decina fino all’ultima, contro la quale definitivamente si fermò.
Il due ottobre 1965 scoprii cosa corrisponde nella realtà alla parola “incidente”; nel nostro caso un incidente per fortuna senza conseguenze relative alle persone e perfino alla puntualità sugli orari della lezione. La stessa cosa non può dirsi dell’autovettura e dell’autostima della mamma di Gianni sulle proprie doti di guidatrice, che da quel giorno esercitò in altro modo rispetto all’accompagnarci fino a scuola.
Ho molti ricordi di quei cinque anni di scuola elementare, ma pochi relativi a ciò che ho davvero imparato. Sapevo già leggere e scrivere, attività che mi impegnavano a lungo nei pomeriggi di tempo liberato, in cui facevo largo uso anche della Olivetti lettera 22, analoga a quella su cui Indro Montanelli ticchettava rapido i suoi reportage sulla guerra fredda. Quel poco di matematica che ho appreso lo devo più alle lezioni di mio padre che alla scuola, mentre mia madre mi parlava a lungo della storia delle genti, della storia dell’arte e, come per i miei fratelli, mi aveva avviato alla grammatica latina già dall’infanzia. Alla scienza, in particolare alla botanica e alla zoologia mi aveva introdotto mio nonno Attilio, che conosceva a menadito le piante e gli animali, soprattutto gli animali piccoli e piccolissimi che popolano della loro presenza la campagna. Il nonno non era di troppe parole e dopo un po’ mi rimandava alla lettura di qualche testo scientifico, soprattutto quelli del naturalista ed entomologo francese Jean-Henri Fabre, libri  dalla copertina colorata e dai titoli invitanti: “Il cielo”, “La terra”, “Le piante”, “Il mondo meraviglioso degli insetti”, “I distruttori”, “Gli ausiliari”, “I servitori”, titoli e quindi libri la cui lettura contribuì a far crescere dentro di me il convincimento che l’esistenza sia in realtà una co-esistenza di individui all’interno di un sistema, dove il ruolo di ognuno, il contributo del proprio saper fare, sia determinante per tutto il sistema. Il prato come lo stormo, l’alveare come il branco dei lupi, come il banco dei pesci.

Dove non erano i miei parenti a occuparsi direttamente della mia istruzione, suppliva la Settimana Enigmistica, che arrivava  a casa in abbonamento settimanale, e in cui, accrescendo progressivamente le nozioni di cultura generale, salivo di grado in grado dalle parole crociate semplificate alle normali, alle crittografate, a quelle a schema libero, senza schema, senza definizioni, alle cornici concentriche, al bersaglio e poi all’universo parallelo dei quiz, dei rebus, degli anarebus, delle sciarade.
Degli insegnamenti della scuola elementare, dei contributi reali alla formazione della mia capacità di intendere e agire nelle cose, in fondo ricordo con lucidità soltanto alcuni elementi, che conservo e riconosco tuttora come preziosissimi: anzitutto l’ora di musica, o meglio l’ora di canto corale, in cui abbiamo fatto l’esperienza di cosa significhi creare in forma collegiale un’armonia, seguire un tempo, abituarsi ad ascoltare la voce dell’altro a cui appoggiare la nostra a rinforzo, a sostegno, a completamento. Quindi la geografia, più precisamente il collegare lo studio cartografico della geografia con la scoperta delle componenti sociali ed economiche del vivere nei luoghi; il maestro ci faceva cercare sulle etichette dei prodotti che avevamo in casa le indicazioni dello stabilimento di fabbricazione e quindi, studiando gli Stati, le Regioni e le Città eravamo in grado di ricostruire le tipicità delle produzioni locali e abbinare, per esempio, Fabriano alla carta, Gragnano o Imperia alla pasta, Vercelli al riso, Altopascio al pane senza sale, Verona al pandoro, Modena all’aceto e via così.
E poi ancora, riconosco la saggezza della programmazione affinché la scuola contenesse i suoi tempi all’interno di 24 ore settimanali: dal lunedi al sabato tra le 8.30 e le 12.30, senza mense, rientri, attività integrative o altri riempitivi pre-confezionati che nei decenni successivi sono entrati a far parte dell’esperienza delle nuove generazioni. Non so dire se questo abbia influito positivamente o negativamente sulla nostra formazione, ma io conservo un ricordo tutto sommato equilibrato e quindi proficuo tra il tempo passato in classe e quello speso con piacere a giocare in cortile, a correre sui sentieri che salgono verso il Righi, a costruire capanne, rifugi per bande di monelli con la voglia di giocare all’aria aperta, ma anche alla fine di rintanarsi in camera, a leggere  dei ragazzi della Via Pal, di Tom Sawyer e di Huckleberry Fynn. Così pure, ho sempre trovato meraviglioso che le vacanze estive durassero quattro mesi, dato che la scuola iniziava appunto il primo ottobre e finiva immancabilmente ai primissimi di giugno, spesso in tempi anticipati dal sopraggiungere di una qualche tornata elettorale che reclamava l’uso delle classi come sedi per le votazioni.
Quelle estati erano per me un’avventura a lungo sognata e quindi ancora più goduta nel suo materializzarsi presso la casa di campagna dei nonni, in una baraonda familiare di zii e di cugini con cui consumarsi le suole dei sandali nel correre per le fasce, i boschi, il greto del torrente, a pescare trote, aggiustare biciclette, arrampicarsi sugli alberi, addormentarsi sotto a un fico. La casa era nell’entroterra della Spezia e per arrivarci bisognava prendere una corriera che saliva due volte al giorno; la strada finiva sotto casa, l’autista era un vicino che parcheggiava la corriera di fronte alla stalla delle vacche. Non c’erano né la televisione né il telefono e per rassicurare chi era rimasto in città che andava tutto bene si andava una volta alla settimana all’unico bar della vallata, chiedendo la linea alla barista che civettava con i giocatori di biliardo. Tranne la parentesi di agosto in cui mio padre ci portava tutti in montagna sulle Alpi, si stava là fino alla fine di settembre, fin dopo la vendemmia, celebrata con un pranzo a base di stoccafisso alla genovese, “accomodato” con le patate.
Alla fine si tornava a scuola, con la voglia di tornare a scuola, di incontrare di nuovo i compagni, chiedere delle loro vacanze, raccontargli delle proprie.
Per quanto mi riguarda, l’elemento più prezioso dell’esperienza scolastica negli anni dell’infanzia è  stato il fatto di studiare in classe, la relazione con il maestro e con i compagni.
lI mio primo maestro, che come normalmente capitava era maschio per un classe di maschi, si chiamava Dini e per me era un ottimo maestro, che non si sovrapponeva, anzi si integrava con pacifica benevolenza ai processi di apprendimento che avvenivano anche al di fuori della scuola; era un maestro rispettoso dei tempi e dei modi dello sviluppo cognitivo di ogni bambino e forse per questo fu ritenuto da un manipolo di madri troppo indulgente e poco motivante, quindi se non un cattivo maestro, un maestro da cambiare. E tanto brigarono col Preside, che a partire dalla terza classe in sua sostituzione ci fu assegnato il maestro Bottazzi, a torto o a ragione considerato il più esigente, e quindi valente, maestro della scuola, forse dell’intera città.
Il maestro Bottazzi era piccolo, magrissimo, con i baffetti corti sotto il naso, alla foggia di Hitler o di Charlie Chaplin, o della parodia che l’uno fece dell’altro nel Grande Dittatore. La prima cosa che ci spiegò non fu il tavoliere delle Puglie, l’uccisione di Cesare e neppure le divisioni con i decimali, ma il processo di fabbricazione della bacchetta di ciliegio, battezzata col nome molto indicativo “Non ti scordar di me”, con cui girava per i banchi, pronto a reprimere in modo diretto e senza appelli una distrazione, uno sbadiglio, una chiacchiera col vicino, un tentativo di copiare.
In ogni caso il maestro Bottazzi fu anch’egli un buon maestro, almeno a giudicare dall’esito delle valutazioni che all’epoca erano molto più diffuse e ben accette rispetto ad oggi, con l’esame di seconda e quello di quinta, che conferiva la licenza elementare. Ma poi c’erano di continuo verifiche, concorsi, gare di ogni genere, per singole classi o per l’intera scuola, come quella avente ad oggetto la declinazione di verbi che con enorme soddisfazione un anno mi riuscì di vincere, ricevendo in premio una grande scatola di matite colorate.
Che i nostri maestri fossero bravi e che la nostra scuola fosse una buona scuola, lo si può riconoscere a ritroso verificando la vita che i bambini di allora hanno poi fatto diventando adulti. Se riprendo in mano una fotografia scattata nel cortile della scuola, alcuni di quei bambini non li riconosco più, di alcuni ricordo soltanto il nome, ma di altri invece posso dire qualcosa, almeno per lo sbocco che hanno poi avuto nel mondo del lavoro: che cosa hanno fatto, in quale campo hanno esercitato il primo sapere appreso alla Mazzini.
Ecco, questo è Enrico, che fa l’assicuratore, vicino c’è Vincenzo che è un imprenditore, poi Fabio che è un dentista, Federico un commercialista, l’altro Federico un medico, Baciccia credo di aver sentito dire che faccia il fisioterapista, Checco l’attore, Gianni lo scrittore, Luca l’architetto, Filippo il matematico.
Poi certo, oltre al mestiere c’è il resto della vita.
Luca e Filippo sono cugini oltre che coetanei e abitano tuttora con gran parte delle rispettive famiglie di origine in quello che chiamano il “Block”, ossia un unico grande palazzo con annesso un esteso appezzamento di terreno che, in pieno centro cittadino, si estende dalla linea di Circonvallazione a Monte, da Corso Firenze fin sotto il lato settentrionale dell’Albergo dei Poveri, l’immenso edificio fatto costruire come opera di carità da Emanuele Brignole a metà del ‘600.

Sul finire della scuola elementare, io, Gianni, Luca e Filippo ci frequentavamo molto assiduamente. In particolare passavamo insieme tutti i sabati pomeriggio, a giocare dentro, ma soprattutto fuori, la loro grande casa; avevano un campo dove si poteva giocare a calcio e perfino una palestra all’aperto, con tanto di pertiche e di funi su cui arrampicarsi.
Siamo stati ancora compagni di classe alle Medie, ma poi ci siamo divisi: tutti e quattro abbiamo frequentato il Liceo Classico, ma io e Gianni alla scuola pubblica, Luca e Filippo all’Istituto Arecco, la scuola privata gestita dai Gesuiti.
Accade spesso che, mancando il sostegno della quotidianità, anche le migliori amicizie tendano a sfiorire, a sbiadire, a perdere i motivi per essere coltivate. Tanto più questo accade tra i ragazzi.
In particolare, ho perso di vista Filippo per più di 40 anni, avendolo incontrato in tutto questo tempo forse una dozzina di volte, sempre molto fuggevolmente.
Ho poi ricostruito che l’assegnazione della matematica come materia dell’esame di maturità fu per lui una sorta di folgorazione, tanto più inaspettata in quanto sempre sminuita rispetto alle discipline umanistiche che lo avevano motivato durante gli anni del Liceo. Si iscrisse allora a Matematica e quindi continuò come ricercatore prima negli Stati Uniti, poi in Germania, finché vinse una cattedra al Dipartimento di Matematica dell’Università di Genova, per cui fece ritorno.
Genova non ha soltanto buone scuole elementari e forse non ha soltanto buone scuole. Per il suo essere città difficile e tutta in salita come un naturale purgatorio, il suo unire terra e mare, l’immensità del cielo e la ristrettezza del suolo che si riesce a difendere, è essa stessa una scuola di sopravvivenza, una scuola urbana e sociale che prepara a cavarsela sempre, tanto più dove le condizioni di contesto non sono altrettanto sfavorevoli.
Così è stato per moltissimi genovesi, quelli della diaspora, quali Filippo e tanti altri, come quelli della resilienza.
Poi accade che dalla diaspora talvolta si ritorni e addirittura che si ritorni per restare, non soltanto per dare un morso all’effimero frutto della nostalgia.
E allora capita che ci si possa anche di nuovo incontrare, nella pienezza della maturità o alla soglia di una lunghissima vecchiaia, come a Genova si è soliti pensare.
“Io penso che siamo fortunati” mi ha detto solennemente una sera, al termine di una cena organizzata con altri due amici in vena di confidenze apocalittiche. “Nonostante non ci sembri che le cose stiano proprio così, o che addirittura si creda l’esatto contrario, noi siamo molto fortunati a vivere nel migliore periodo della storia dell’uomo, dove l’attesa di vita è più lunga, le conoscenze più sviluppate, la ricchezza più elevata e dove possiamo dedicarci in pace a ciò che riteniamo più sensato. Inoltre abbiamo avuto la fortuna di nascere ed essere cresciuti a Genova, che è forse la più bella città del mondo, o almeno una delle più vere, originali, interessanti, stimolanti. Ora, se vogliamo salvare il mondo dallo spaesamento che lo sta perdendo, dobbiamo darci da fare. E quale miglior punto di partenza che da Genova? Da questa città neurale, un filamento urbano che  esiste perché è in grado di connettere punto a punto, idea a idea, vita a vita, e che può insegnare a come connettere tutto a tutto, perché l’intelligenza e la fratellanza siano gli elementi distintivi del futuro, se pensiamo che in fin dei conti un futuro sempre ci sarà”.

Guido Conforti

Founder di Biarritz Studio

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