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Capitolo sesto, A Ponente

A scuola capitava talvolta che ci portassero a visitare qualche fabbrica.
L’intento era quello di farci vedere con i nostri occhi da dove provenivano gli oggetti che avevamo in casa, che usavamo tutti i giorni, eppure che conoscevamo soltanto nella loro forma finale di prodotti; almeno per qualcuno l’esperienza consentiva di farsi un’idea concreta del luogo di lavoro dei genitori, in modo più esteso rappresentava un esempio dei luoghi di lavoro dove tutti i nostri genitori andavano ogni giorno, così come noi andavamo a scuola.
Ma siccome non c’erano fabbriche a Castelletto e ce n’erano pochissime del levante cittadino, i maestri ci portavano nella metà a ponente della città filiforme, quella che da Sampierdarena si srotola fino a Voltri e che risale la Val Polcevera fino a Pontedecimo.
Sampierdarena, così come Voltri e Pontedecimo, non erano dei semplici quartieri; erano delle autentiche città, che si erano sviluppate nel corso della storia intorno a un ospizio per viandanti, a un campanile, a una bottega di artigiani e poi nei secoli erano cresciute come nuclei urbani insieme alle ragioni della sopravvivenza e del lavoro. Quando si formarono i Comuni furono Comuni, così come nel Ponente genovese accadde anche con Cornigliano, Sestri, Pegli, Prà, Borzoli, Rivarolo, San Quirico, Bolzaneto.


Nel 1926 ci pensò il Duce a comprenderli d’imperio, fregandosene delle obiezioni come di tutto il resto, insieme agli altri Comuni della Val Bisagno fino a Struppa e del Levante fino a Nervi, nell’unico Comune della Grande Genova.
Per questo, nonostante i cliché dei benpensanti, Genova non ha periferie, ma eventualmente è essa stessa un’unica grande periferia, compreso il Centro Storico, se per tale si intende una parte di città in cui sussistono problemi gravi nel vivere sociale, nella fruizione dei servizi pubblici, nello stato di manutenzione e di decoro degli spazi urbani. Eppure, nonostante la presenza di questi problemi, ogni parte della città vive nell’orgoglio di essere essa stessa città, rivendica il diritto a conservare le proprie radici e a decidere, o almeno a partecipare alle decisioni sul proprio destino.
Così accade a Sampierdarena e nel Ponente fino a Voltri, nella Val Polcevera fino a Pontedecimo.
Proprio da Pontedecimo, dove il Polcevera si forma dalla confluenza dei torrenti Riccò e Verde, a una dozzina di chilometri dal mare, proviene un ramo antico della mia famiglia, che soltanto la tenacia della tradizione orale di mia nonna Rosetta ha impedito di svanire dalla memoria.
La bisnonna Silvia Leveratto era una delle due figlie di un ricco mercante di tessuti, che divenuto vedovo per la prematura scomparsa di sua moglie Felicita, si risposò e come non accade soltanto nelle fiabe fu indotto dalla nuova consorte a mandare le figliastre a studiare in collegio ben lontano da Genova, addirittura a Chambery. Avvenne quindi che, come non accade soltanto nelle fiabe, l’amore si presentasse sotto forma di un giovane avvocato spezzino, venuto a studiare all’Università e in qualche modo a me ignoto entrato in rapporto con la famiglia Leveratto.
Silvia e Giobatta (anche alla Spezia capita che i Giovanni Battista si abbrevino così) si sposarono, si stabilirono in riva alla Sprugola e da lì proviene il ramo materno della mia discendenza, che quindi ha un punto di ancoraggio genovese nell’alta Val Polcevera, dove quando posso torno e, se ho tempo, mi inerpico fino al piccolo cimitero di Cesino, per passare a salutare la tomba composta, baciata dal sole ogni volta che c’è il sole, della mia ava Felicita, morta di parto all’alba dei suoi vent’anni.


Più spesso torno o, a seconda dei punti di vista sulla dinamica dell’esistenza, vado a Pontedecimo come nel resto del Ponente per motivi di lavoro.
Le fabbriche, i capannoni, i terminal portuali, i bacini di carenaggio, gli uffici delle torri direzionali e dei sottoscala sono stati per oltre trent’anni gli ambienti familiari in cui ho incontrato imprenditori, manager, impiegati, operai, apprendisti, tutti coinvolti dall’unica impresa di creare valore economico dal proprio lavoro, esercitando in questo le proprie competenze e mettendole alla prova di fronte a una serie di difficoltà che in questi trent’anni si sono accumulate, tra shock tecnologici, rivoluzioni dei mercati, incrostazioni burocratiche, difficoltà a percepire il cambiamento come un’opportunità e non una catastrofe.
Ho avuto la fortuna di conoscere migliaia di genovesi al lavoro, in prevalenza spostandomi con uno scooter, come solo a Genova è dato di vedere in tanta diffusione, un mezzo di trasporto ai limiti dell’indispensabile nella città filiforme da un lato e verticale dall’altro. Di questo popolo conservo un’immagine composita, un caleidoscopio di facce e di movenze, un’enciclopedia di detti, di casi, di racconti, che nell’insieme fanno una cultura.
Al tempo della scuola elementare ricordo di essere stato portato a visitare, come tutti o quasi tutti i miei coetanei, la Centrale del Latte, da cui oltre al latte uscivano burro, panna, yogurt, formaggi da spalmare, succhi di frutta. Comunque la produzione del latte, o più semplicemente la sua pastorizzazione con il successivo imbottigliamento, costituiva il pezzo forte della visita, che si concludeva con la distribuzione di un cartoccio da mezzo litro che all’epoca veniva distribuito in una delle prime confezioni di cartone multistrato, dalla caratteristica forma triangolare, al fine di risparmiare spazio nelle cassette per il trasporto e rendere desueto il ricorso alla bottiglia di vetro.


Negli anni ’60 a Genova c’erano ancora moltissime latterie, ossia negozi dove si trovano soltanto latticini, oltre alle uova e poco altro. A pochi metri da casa mia c’era la latteria della Nisia, nei fondi di un palazzo nel quale, in un tempo in cui non c’era l’ombra di un supermercato, avevano ragione di esistere anche una panetteria, un bar, un macellaio e un tabacchino. Poco sopra un giornalaio, poco sotto una merceria.
Il centro del nostro quartiere era comunque San Nicola, un modo come un altro per descrivere l’esplosione urbana avvenuta nel dopoguerra intorno alla chiesa di San Nicola da Tolentino, per quasi quattro secoli lasciata in pace a meriggiare pallida e assorta alla base di due creuze dirette alla sommità del  Righi, quindi sommersa da un’edificazione compulsiva che imponeva il sorgere di esercizi commerciali di vicinato, in grado di rispondere alle esigenze di un popolo sempre più propenso ai consumi.
Nemmeno il Barabino aveva lontanamente immaginato la misura di un simile sviluppo e così pure gli urbanisti che si cimentarono negli anni successivi nel mettere mano al piano regolatore della città: in particolare non si pose neppure il problema quello del 1959 o, come venne presto ribattezzato, “Il Piano della Rendita”, che si tradusse nell’edificazione di 250.000 nuovi vani. Per intendersi, una Genova cresciuta in 10 anni di oltre il 30% nel volume delle costruzioni esistenti, senza un adeguato supporto di infrastrutture e di un pensiero amministrativo in grado di sostenere una simile trasformazione.
Tra le infrastrutture di base che un pensiero amministrativo capace avrebbe potuto concepire e quindi realizzare sarebbero dovute rientrare le piazze, i luoghi dell’incontro e della comunicazione sociale, del ritrovo e della partecipazione. Ma siccome il “Piano della Rendita” non aveva previsto piazze a San Nicola, il suo facsimile era costituito dal tratto di Corso Firenze antistante la chiesa e il piano inclinato del suo sagrato, declinante in direzione del mare; più che una piazza, una main street, come quella che si vedeva nei villaggi dei film western, con ogni genere di negozio e di bottega, compresi l’orologiaio e l’impagliatore di sedie. E compreso il cinema, ovviamente.


Quello era il centro del nostro quartiere “ai tempi del miracolo”, dove alla sera rientravano a casa dai loro impieghi i padri e talvolta le madri di famiglia.
In una città che cominciava la sua lunga marcia verso la terziarizzazione, gli impieghi di chi abitava in quella zona collinare a ridosso del centro erano in prevalenza negli uffici, negli studi professionali e nelle aziende che fornivano servizi derivanti, complementari, in qualche modo connessi alla produzione industriale. C’erano poche famiglie di operai a San Nicola, diversamente da quanto capitava nelle Valli e nel Ponente, oltre che nel Centro Storico, meta di una potente immigrazione dal Mezzogiorno.
Gli scaricatori del porto, i camalli, gli operai dei cantieri navali e delle fabbriche, comprese quelle  che ci portavano a visitare in uscita scolastica (che fossero raffinerie, fonderie, stamperie, laminatoi, cartiere, biscottifici, colorifici), risiedevano in prevalenza nei quartieri a ovest della Lanterna e, se vogliamo, al di là del lungo taglio di Salita degli Angeli, intorno al cui perno Maurizio Maggiani ha ambientato le vicende di Paride e di Sascia in uno dei libri che più è riuscito a ricostruire il senso profondo della Genova operaia e portuale.
Anche Maurizio Maggiani è un genovese d’adozione, un meticcio importato dalla Lunigiana che a Genova ha trovato casa e il punto di innesco per il piano infinito della sua narrazione, che ne “La Regina disadorna” è riuscita a intercettare, precipitare nel racconto, la bellezza di questa città sfuggente.
“Man mano che sale le case diventano più vecchie, più piccole e più complicate, e il sestiere diventa un vecchio borgo intorcignato allo scoglio del monte, pieno di passi e volti, crosette e traverse.
Salendo ancora si arriva alle ville degli antichi patrizi di collina difese da una cintura di casermette, cappelle e conventi. Non c’è casa che non abbia le sue finestre voltate al porto, e quelle più in alto oltre al porto si godono il mare aperto. A mezza costa Salita degli Angeli ha una breve diramazione, un passo che si scava un passaggio sotto le volte di un’antica casa mezzo demolita e si ferma su un’aia stretta. L’aia appartiene a una piccola casa a due piani, con i resti di due o tre mani di intonaco che la rallegrano con sfumature di giallino e rosato. Davanti all’aia c’è il mare, la casa ha il numero dodici dipinto sul lato sinistro della porta dipinta di rosso. Più in alto sotto una finestra c’è murata una formella di marmo. Dentro alla formella, che si capisce che è molto antica, è scolpito a rilievo un angioletto che sta volando ad ali spiegate tenendo tra le mani una piccola arpa; la mostra a chi viene con orgoglio, come se fosse una gran cosa suonare l’arpa nei cieli. Porta un mantello che gli svolazza sulle spalle tra le ali, ma ha il pisello di fuori. Quando Sascia ha visto l’angioletto scolpito ha pensato. “Eccoci qua”. E si è fermata”.


Salita degli Angeli è costruita sull’antica via romana che aggirava a monte il promontorio di San Benigno per incrociare alle spalle di Sampierdarena il tratto iniziale della Via Postumia e quindi scendere in Val Polcevera in prossimità della Certosa di Rivarolo. E’ un borgo verticale nel mezzo della città purgatorio, un caso a sé, che merita almeno una volta nella vita di essere scalato, scoperto, espiato.
Alla sua cima è ancora oggi aperta la Porta degli Angeli, costruita nel XVII secolo insieme alle Mura Nuove. Oltre la sua cruna si chiude una città e se ne apre un’altra, a perdersi verso la costa che digrada. Non meno densa di vita e di contraddizioni, sempre compressa tra il mare e la montagna, infinita.

Guido Conforti

Founder e direttore artistico di Biarritz Studio.
Cammino, scrivo, parlo, racconto per immagini.

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