skip to Main Content

Capitolo settimo, Cinema e teatri

Nella main street di San Nicola c’era anche un cinema: l’Araldo. E nemmeno un piccolo cinema, anzi: platea e galleria.
Negli anni ’60 non era affatto un caso che esistesse un cinema di quartiere. Al contrario, praticamente ogni quartiere ne aveva almeno uno.
In Circonvallazione a Monte, nell’arco di tre chilometri di viali alberati ce n’erano quattro: oltre all’Araldo, il Dogali, il Mignon e il Manin, ma salendo ancora sulle alture di Oregina si trovavano il Mille, il Venezia e appunto l’Oregina di Via Carbone, con una sala da oltre 600 posti perché non si trattava  certo di cinema d’essai, ma si proiettavano film di gusto popolare: commedie all’italiana, western, cartoni animati della Disney. In fondo a Corso Montegrappa c’era l’Ideal, girato l’angolo l’Alcione e attraversato il Bisagno, l’Alba, l’Alfieri, il Genova, il Doria, l’Eden, il Piave, l’Astoria, il Capital. E poi le sale dell’angiporto, dove la programmazione del Cinque Maggio, dell’Imperiale, del Cristallo, del Gioiello, del Superba o del Chiabrera oscillava tra la promiscuità e il totale affidamento al genere pornografico, per il piacere non esclusivo dei soli marinai.


A Genova c’erano almeno cento cinema senza contare le sale parrocchiali e d’estate le arene all’aperto, che si allestivano in un attimo nei giardini pubblici e perfino nelle bocciofile.
A quell’epoca non tutti avevano la televisione e comunque il palinsesto riguardante i film prevedeva di base un appuntamento serale al lunedì, sul primo canale; RAI 2 avrebbe seguito a breve offrendo un’altra opportunità settimanale, ma per un millennial di oggi deve risultare inconcepibile un tempo in cui non fosse esistita la possibilità di vedere con un dispositivo digitale qualsiasi film in qualsiasi luogo e in qualsiasi orario.
Come nella maggioranza delle altre famiglie, a casa nostra il dopocena si trascorreva davanti alla televisione. Noi fratelli aggrovigliati su un divano, nostra madre ad ascoltare più che a guardare, preferendo rammendare una calza o cucire l’orlo a un pantalone; nostro padre seduto su una sedia su cui si addormentava immediatamente, salvo risvegliarsi dopo un paio d’ore per trascorrere il resto della notte a leggere per conto proprio.
Da piccoli si andava a letto dopo gli spot pubblicitari di Carosello, ma più si cresceva nell’età più si era ammessi a proseguire nella serata, dove l’appuntamento più atteso era proprio quello con il film, quando finalmente era il momento e se il suo contenuto non era annunciato come riservato a un pubblico adulto.
Ma un film o due alla settimana erano troppo pochi per la fame di storie delle persone di ogni età, che il cinema promette di soddisfare in modo più rapido e conciliante rispetto alla lettura di un romanzo. Da qui nasceva la domanda e conseguentemente l’offerta dei cinema di quartiere e ovviamente anche di quelli del centro città, quelli riservati alle “prime visioni”.
Via XX Settembre era una specie di Broadway genovese, con l’Astor, il Lux, il Moderno, l’Olimpia, l’Orfeo, l’Universale, il Verdi, oltre agli adiacenti Rivoli, Grattacielo e Augustus. Poco sopra, in Via Roma, il Palazzo, oggi rinominato Sivori e che è l’ultimo della serie rimasto aperto, chissà ancora per quanto.


Si andava al cinema per vedere la storia che il film avrebbe raccontato, ma differentemente dalla lettura di un romanzo, si andava al cinema come attività sociale, da fare insieme con altri: amici, fidanzati, familiari, compagni di scuola. Al cinema si mangiava, si beveva, ci si toccava, ci si baciava, finché è stato possibile si fumava, si viveva insomma.
Il film in sé, il suoi contenuti, le tecniche di ripresa e di montaggio, il ruolo del regista e degli attori, tutto ciò che poteva fare riferimento a una visione consapevole da parte degli spettatori non era così importante, al più veniva riservato ai nascenti cineforum che qualche associazione culturale organizzava per fare seguire alla visione una discussione tra i presenti; “il dibattito” che Paolo Villaggio descrive in una pagina memorabile del suo Fantozzi.
Eppure a Genova vivevano i due critici cinematografici più noti della televisione italiana, Claudio G. Fava ed Enrico Ghezzi, che con pazienza e caparbietà sono riusciti nel corso dei decenni a far crescere una cultura popolare più attenta ai valori della settima arte.
A Enrico Ghezzi, in particolare, si deve un contributo determinante alla fortunatissima stagione di Filmstory, il primo cineclub genovese, ricavato in un antro nella buia spina verticale di Via Caffaro: una scala altrettanto verticale portava in un interrato dove erano state ricavate tre minuscole sale di proiezione, per un totale di un centinaio di posti scarsi, nelle quali si poteva scegliere tra la proiezione in contemporanea di un Truffaut, un Hitchcock o un De Sica.
Benché fosse proibito fumare, anche a Filmstory si mangiava, si beveva, ci si toccava, ci si baciava, ma si facevano tutte queste cose con la discrezione imposta dalla ristrettezza dello spazio, unitamente alla sensazione, a tratti alla consapevolezza di avere una vita da divorare, una curiosità da sguinzagliare e nessuna voglia di andare a dormire. Questo perché, salvo rare eccezioni, i frequentatori di Filmstory erano studenti liceali e universitari che usavano il cinema per volare lontano dai loro caruggi; ragazzi che negli anni ’70 erano scossi dalla cappa di piombo degli anni di piombo, dalla Genova dei vicoli ciechi dietro a ognuno dei quali poteva nascondersi una rivoltella pronta a squarciare l’aria, eppure ragazzi che amavano perdersi dietro la poesia di Truffaut, di Godard, di Rohmer, ma anche il genio destabilizzante di Bunuel, Ferreri, Pasolini, Kubrick, Polanski.
O forse avevano semplicemente paura di addormentarsi.


In ogni caso il cinema lo si poteva solo andare a vedere; negli anni della mia gioventù era un’arte che appariva poco praticabile in proprio.
Mio padre possedeva una cinepresa da 8 mm e una piccola moviola, sulla quale scorreva, tagliava, montava le pellicole mute di tre minuti su cui aveva immortalato qualche attimo di vita familiare. Era un lavoro pratico e a suo modo affascinante, sul quale mi sono esercitato per apprenderne le tecniche, ma con poco stimolo a immaginarne un supporto praticabile alla fantasia. Almeno finché un ingegnere californiano non ha pensato di trasformare un telefono in una cinepresa ad alta definizione.
Non so a cosa sia dovuto che Genova abbia prodotto relativamente pochi professionisti del cinema e che, nonostante sia una delle città più scenografiche del mondo, siano stati relativamente pochi i film ambientati qui, almeno fino a qualche anno fa.
Forse il motivo è legato proprio al fatto che altre arti espressive presentano barriere d’ingresso più basse, consentono a una mente creativa di esercitarsi da subito, come accade ad esempio con gli strumenti universali della parola e della musica, a cominciare dalla nuda musica del canto. Ecco perché nell’evoluzione della città, a fronte della progressiva scomparsa o mutazione dei cinema, si è assistito a uno sviluppo straordinario dei teatri.
I bombardamenti della seconda guerra mondiale avevano reso inagibili i due principali teatri genovesi: il Falcone, dedicato alla prosa e dove aveva lavorato anche Goldoni, e il Carlo Felice, dedicato alla musica e all’opera lirica. Ma mentre il Falcone era quasi invisibile, nascosto in un vicolo laterale di Via Balbi, i pannelli che chiudevano gli accessi al Carlo Felice erano uno sfregio sotto gli occhi di tutti, nella centralissima Piazza De Ferrari. Il Carlo Felice era abitato solo da una colonia di gatti in buoni rapporti con una ancora più numerosa colonia di topi, dalle dimensioni simili a quelle dei gatti. Al posto del palcoscenico il cratere lasciato da un’esplosione aveva creato una sorta di lago che si riempiva di acqua piovana e qualcuno aveva perfino portato una barca per poterlo attraversare, chissà poi con quale velleità.
In queste condizioni, i concerti, gli spettacoli musicali, quel poco che rimaneva dei varietà erano costretti ad arrangiarsi tra il Politeama Margherita in Via XX Settembre, qualche cinema dei più capienti e il Palasport del quartiere fieristico della Foce, dall’acustica ignobile. Ma poi si faceva musica nei locali, nelle osterie del centro storico, nei club; musica di tutti i tipi, dal jazz al canto tradizionale del trallallero, e soprattutto nascevano i cantautori.
Per la prosa il riferimento principale era indiscutibilmente il Teatro Stabile, che operava tra le due sale del Duse e del Genovese, oltre al magnifico scrigno del teatrino off di Piazza Marsala, dove nel suo minuscolo pozzo erano passati personaggi come Harold Pinter, Vaclan Havel, Goffredo Parise, Giorgio Manganelli, Elio Pagliarani, Edoardo Sanguineti.

Il Teatro Stabile diretto da Ivo Chiesa era certamente una delle più importanti fabbriche del teatro italiano e poteva vantare la collaborazione di registi come Luigi Squarzina, di attori come Lina Volonghi e Gian Maria Volonté.
Ma quello che con il cinema era più complicato, ossia che si creassero opere originali, risultava certamente più accessibile con il teatro. E quindi capitava che i giovani artisti genovesi guardassero molti film, ma poi si mettessero a scrivere e a mettere in scena delle piéce. Nacquero così compagnie che prendevano il nome dai luoghi, spesso di fortuna, in cui nacquero: il Teatro della Tosse, il Teatro dell’Archivolto, il Teatro Garage, che ebbero tanta fortuna da crescere, affermarsi e presto trovare casa, nell’ordine al Modena di Sampierdarena, all’ex Teatro Nazionale di Sant’Agostino e all’ex cinema Diana a San Fruttuoso, tutte strutture recuperate e restituite o adattate alle esigenze delle rappresentazioni.
Uno dei meriti maggiori di queste nuove Compagnie fu di avvicinare il grande pubblico al teatro, portandolo nella piazze, nei borghi dimenticati dell’entroterra, nei giardini pubblici, perfino tra le mura abbandonate delle vecchie fortificazioni, come fece per anni il Teatro della Tosse con la sua stagione estiva al Forte Sperone, il vertice delle del triangolo delle Mura Nuove che lassù si riassumono dopo essere partite un lato dalla Lanterna e un altro dalla Foce.
L’intento artistico era quello di far leva in prevalenza sui toni del comico, del surreale, dell’onirico, del satirico, del grottesco per agganciare l’interesse dello spettatore e coinvolgerlo direttamente, anche fisicamente, nella messa in scena. Per questo in seno alle Compagnie nacquero gruppi che hanno poi fatto storia come i Broncoviz di Maurizio Crozza, Mauro Pirovano, Carla Signoris, Marcello Cesena e Ugo Dighero o i Cavalli Marci di Claudio “Rufus” Nocera, Fabrizio Lamberti, Paolo Kessisoglu, Luca Bizzarri, Michelangelo Pulci, Carlo Denei, Federico Sirianni, Alessandro Bianchi  e i tanti che si sono succeduti negli anni fino allo scioglimento seguito alla morte prematura di “Rufus”.
Claudio aveva un paio d’anni più di me e la nostra generazione praticava abitualmente il gioco dei “cavalli marci”, in cui due bande di ragazzi si sfidavano a suon di muscoli ed ormoni. Il gioco consisteva nel disporsi a turno “sotto” e “sopra”; nella squadra “sotto” ognuno era aggrappato alla pancia del compagno davanti, quindi tutti in fila indiana con la schiena abbassata in modo da a formare una sorta di trave umana sulla quale i componenti della squadra “sopra” saltavano uno dopo l’altro, a mo’ di campioni di rodeo. Chi delle due squadre cadeva per primo perdeva un punto. Con lo stesso intuito funzionava il gruppo comico del Cavalli Marci, dove i componenti e le gag si alternavano in rapida successione, una all’altra, fino a far crollare il pubblico dal ridere.
Ho avuto la fortuna di studiare al liceo con dei professori illuminati e illuminanti, che mi hanno fatto conoscere il cuore della cultura classica, della letteratura e del teatro. L’anno che recitava nel Fu Mattia Pascal abbiamo avuto in classe Giorgio Albertazzi a parlarci dello spettacolo e di cosa volesse dire portare in scena il testo di Pirandello. Noi stessi ci siamo cimentati in proprio con Goldoni e con Machiavelli; più facile La Locandiera che La Mandragola, ma in tutti i casi l’esperienza fu tanto coinvolgente che alcuni dei miei compagni hanno poi studiato alla scuola di recitazione del Teatro Stabile e fatto quel mestiere, almeno per alcuni anni, finché la vita non ha virato verso altri orizzonti.
Per me invece il teatro è diventato parte integrante del girovagare come raccontastorie molto più tardi, come parte naturale dello scriverne. A Genova ho recitato al Garage, alla Tosse, al littorio Teatro della Gioventù, con immenso piacere nel teatrino di Piazza Marsala, con le sedie degli spettatori a mezzo metro dalla pedana del palcoscenico. Ma in nessuna di queste occasioni ho provato le emozioni che mi hanno fatto vibrare l’anima come all’Arca, il teatro costruito all’interno del carcere di Marassi, dove da anni la compagna degli Scatenati produce spettacoli incredibili e sfidanti, con attori professionisti e detenuti che recitano insieme sotto la regia paziente di Sandro Baldacci.


Se si costruiscono o si ristrutturano teatri, se sempre più persone trovano sensato uscire di casa per andare a vivere un’esperienza così coinvolgente come l’azione che si compie sul palcoscenico o sulla scena effimera di una piazza, di un cortile, di un qualsiasi luogo pubblico, vuol dire che anche in una città ostica come Genova c’è uno spazio aperto per la parola, per ciò che rende vivo, denso di umanità ciò che altrimenti sarebbe soltanto un insieme di edifici.
Nella ricostruzione del Carlo Felice, l’impostazione originaria della sala progettata da Carlo Barabino fu rivoluzionata per dare forma a una cavea, con ai lati dei tipici balconcini di stile ligure al posto dei palchi tradizionali. Questa scelta fu oggetto di critiche e disapprovazioni da tutti coloro che a Genova contestano ogni genere di innovazione, fosse anche il diverso colore dato all’intonaco di casa.
Viceversa, tutte le volte che torno al Carlo Felice e mi guardo intorno, immerso nella moltitudine degli spettatori, compresi quelli che si affacciano dalle finestre e dai balconi e di cui si avverte un comune piacere a ritrovarsi proprio lì, a condividere uno spazio e un tempo, riconosco che quella scelta architettonica è stata giusta, oltre che coraggiosa. Perché Genova, come ogni altra città che meriti questo nome, è essa stessa teatro, vita che si attua, che si snoda.

Guido Conforti

Founder e direttore artistico di Biarritz Studio.
Cammino, scrivo, parlo, racconto per immagini.

Back To Top