skip to Main Content

La morbida Egilsstadir

Cerco di ricordare perché ho scritto “morbida”, dal momento che la parola Egilsstadir è ancora sepolta in uno strato troppo profondo della memoria, devo farla risalire con uno sforzo di altra natura, olfattivo, forse, o forse visuale, oppure verbale.

Si apre un varco: morbida  in contrapposizione con duro, come il resto dell’Islanda. Quindi probabilmente verde, nel senso degli alberi. Tutto torna in superficie, almeno molto. Dopo poche righe scrivo infatti: “cena in un bel ristorante-fattoria che dà il nome a Egilsstadir”. Il ricordo si spalanca venendo a galla come una bollicina d’aria in un liquido azzurrognolo. Un piccolo geiser mentale, per l’appunto. La coppia di parole “morbida” e “fattoria” sono sufficienti a innescare l’incantesimo: rivivo il momento e potrei quasi dire che cosa stavo pensando quando siamo giunti nella morbida Egilsstadir. È un’immagine che non avrei mai potuto rivedere se non avessi deciso, la mattina dopo, di cristallizzare nel mio diario quelle parole. La morbidezza corrisponde alla sensazione che ebbi quel pomeriggio dopo molti chilometri di spossante, tagliente e petrosa durezza: finalmente le piante, le piante di una fattoria che avrebbe potuto essere in America o in Germania. Certo quelle parole non registrano un evento grandioso, ma i momenti in cui la mente trova una svolta che le procura sollievo non sono tanti nell’arco di una giornata, e questo fu uno di quei tratti minuscoli in cui una retta si flette, o una curva si spiana: un appiglio cui aggrapparsi, un’apertura in cui sbirciare.

Noto che, in una grafia più irregolare del mio solito, ci sono le due esse che ci devono essere – controllo in rete – e vengono ribadite più sotto. Non era una precisione casuale: volevo essere sicuro che (nove) anni dopo qualcuno (io, naturalmente) potesse recuperare l’esattezza del frammento di spazio-tempo: Rosita e Filippo giungono nella morbida Egilsstadir. Allora la duttilità e onnipresenza di internet non facevano ancora parte della mia coscienza, molto più affidabili i miei diari. Sia chiaro, lo penso ancora. Il contenuto informativo della grafia, della carta, è infinitamente più sottile di ogni  modo elettronico  di far lavorare la  memoria; c’è la stessa palpabile differenza che c’è tra i capelli di una bambola e quelli di una persona. Si usa internet per controllare: è una fonte bibliografica, il codice civile della geografia, ma mica ti dirà che  Egilsstadir, la tua Egilsstadir, è morbida.

E mentre scrivo queste righe dico a voce alta la parola “Egilsstadir”

con una buffa cadenza, una cantilena che mi è terribilmente famigliare ma allo stesso tempo non so da dove arrivi, un infantile dada sonoro che inizia a far lavorare di nuovo il cercatore di nessi che febbrilmente si agita in me. Lo ripeto e lo ripeto, accentuandone il ritmo in quello stesso gioco distorsivo  che ho sicuramente già  fatto con un’altra parola, o un altro gruppo di parole. Mi ci vuole più di un’ora per ricordare, con uno sforzo doloroso: sono le parole “zum Zolltarif”

ripetute dal ministro svizzero Hans-Rudolf Merz in un irresistibilmente comico discorso al Bundesrat (https://www.youtube.com/watch?v=DggOWapITuw), così  straordinario da costituire un esempio paradigmatico della risata umana, indipendente dalla capacità di comprenderne il senso – ma c’è mai, il senso, in una risata? Ho cantilenato quel “zum Zolltarif” in moto, sotto la doccia, inosservato, e soprattutto inascoltato, spero, innumerevoli volte, cioè ogni volta che ho avuto bisogno di  buon umore. Anche se abbandonato in un angolo riposto dei miei nascondigli linguistici, è diventato una sorta di personale, anzi intimo, mantra della felicità. Si è fissato nel mio cervello da qualche parte. Lo spartito strumentale di quel suono oggi è spuntato fuori da solo, si è aperto sorridendo sul leggio per farmi cantare “Egilsstadir”. Sembra tutto molto contorto, ma è  invece assolutamente semplice.

Col passare degli anni l’esercizio di recupero dell’informazione all’interno della propria scatola cranica diventa clamorosamente più faticoso, ci possono volere giornate intere per far riaffiorare un elemento che si scoprirà poi del tutto inessenziale. Sono come unghie tagliate troppo corte, crosticine che vogliono essere grattate, pruriti. Forse sono però, queste increspature della memoria e il nostro bisogno irrefrenabile di rincollarne i pezzetti, i segni della materia costitutiva dell’esistere, la pasta della natura umana che vuole essere continua, senza interruzioni, cancellando quelle fratture che sono imago mortis, presenza di assenza, un tuffo nel dove-e-quando non c’era memoria, prima della nascita, dopo la vita.

Back To Top