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Capitolo nono, Linea verde Linea blu

Negli anni ’60 le pianure alluvionali del Bisagno nel quartiere di Marassi erano già tutte occupate dalla città che si era mangiata perfino l’alveo del torrente, inglobando 22 delle 28 arcate del vecchio ponte sulla via romana, che scavalcava le golene terminali per accedere a Genova da levante, oltrepassando campagne  coltivate dai ”besagnini” che rifornivano i mercati di frutta e di verdura.
Pier Guido Quartero ha ricostruito il percorso di quella antica direttrice della Via Aurelia, che evitava accuratamente il filo della costa, con il suo alternarsi di scogliere e di spiagge battute dalle mareggiate, preferendo scavarsi il proprio solco più all’interno, dove le pietre miliari davano il segno tangibile della distanza dal centro città e dal suo porto. Così come al Quarto o al Quinto miglio, si andavano formando borghi riuniti intorno a un campanile, quale quello della chiesa di Sant’Agata, da cui il ponte romano prendeva il nome. Nei secoli questi borghi si sono consolidati, distendendosi nell’unica direzione resa possibile dalla morfologia dei luoghi, ossia in parallelo alle linee anch’esse parallele della costa e dei crinali. Distendendosi ancora, i borghi originari hanno progressivamente saturato ogni spazio libero, congiungendosi l’uno all’altro fino a formare l’identità della città filiforme, una realtà creata dalle relazioni umane molto prima che venisse riconosciuta come tale per decreto.
Con un gruppo di avventurieri urbani mi sono cimentato nei dintorni di un equinozio a percorrere per il lungo l’antica via romana in sol giorno, partendo all’alba da Capolungo e arrivando al tramonto sulla spiaggia della Vesima, dopo 44 chilometri che hanno reso tangibile ai piedi e alla vista lo snodarsi stupefacente della città filiforme.
Da Nervi fino a S.Martino la via romana non soltanto è ancora riconosciuta dalla toponomastica, ma è altrettanto facilmente riconoscibile nel suo insinuarsi tra antichi lavatoi, orti e villette liberty immerse in una pace che sa d’irreale, in un tempo alieno tanto alla pace quanto al silenzio.


A S.Martino, tuttavia, l’antica via romana si perde, sprofonda in una dolina scavata dall’uomo nel suo rodere il suolo ai propri fini, anche se questi hanno i contorni legittimi dell’abitare, del muoversi, dell’essere curati, assistiti, educati, ristorati. E’ così che, non solo a Marassi, l’uomo si è appropriato della terra, non distinguendo alcuna differenza di significato tra possedere e abitare. E’ così che, finito di occupare l’ultimo metro quadrato di spazio disponibile, si è alzato il muso all’insù, verso le colline.
Luigi Carlo Daneri appartiene alla categoria degli ingegneri che praticano l’architettura come arte dell’urbanizzazione, ossia della creazione e della trasformazione di contesti funzionali alla vita sociale dell’uomo; a tale categoria appartengono anche altri generi di professionisti, quali gli architetti nelle loro varie specializzazioni, più raramente i geometri, i sociologi, gli economisti, quasi mai i poeti.
Allievo di Marcello Piacentini, citando Le Corbusier Daneri non fu né pavido né tanto meno restio a occuparsi dei vuoti, a lasciare sul territorio segni forti del suo pensiero creativo, come a Genova è capitato con il complesso residenziale di Piazza Rossetti e con il Palazzo dello Sport alla Foce, con il monoblocco dell’Ospedale di S.Martino e con il quartiere di edilizia popolare sulle alture di Quezzi, il cosiddetto “Biscione”.


A cavallo degli anni ’60 la popolazione di Genova stava crescendo a ritmi frenetici, trainata dallo sviluppo delle sue industrie e del suo porto. E siccome il primo problema delle persone è dove abitare, in quegli anni l’edilizia ebbe un formidabile sviluppo; in essa, l’edilizia popolare al fine di mettere a disposizione case per i nuovi residenti e per i residenti interessati dagli interventi di ricostruzione dopo i bombardamenti della guerra.
Il “Biscione” fu uno di questi progetti, forse il più ambizioso. Si trattava di costruire 5 edifici sulla sommità della collina di Quezzi, soprastante Marassi e la bassa Val Bisagno, che seguissero l’andamento sinusoidale delle curve di livello. Edifici alti, oltre 30 metri, e soprattutto lunghi, con il più lungo, progettato dallo stesso Daneri insieme a Eugenio Fuselli, esteso per oltre 500 metri. In quegli edifici sarebbero stati ricavati fino a 900 appartamenti, per dare alloggio a 4.500 abitanti; una città nella città, che forse fu ispirata dall’utopia del falansterio le cui ringhiere scintillavano al sole sull’altro versante della valle. Una città in cui sarebbe stato piacevole o almeno più facile vivere, nell’utopia di un luogo in cui le famiglie potessero aiutarsi nella convivenza quotidiana, uno spazio protetto in cui far giocare i figli, i negozi sotto casa, frammisti alle rimesse dove parcheggiare le autovetture di cui un numero crescente di famiglie si dotava negli anni del “miracolo italiano”. E poi nel tempo liberato dal lavoro, alla sera e nei fine settimana, ritrovarsi ad abitare nel mezzo di un degradante parco urbano, una collina verde a scendere verso la città e verso il mare, dove l’incessante rumore della città, del suo porto, delle sue industrie, mano a mano scemasse, si perdesse in mezzo ai richiami dei merli e dei fringuelli, ogni tanto un colpo secco, metallico di boccia, un altro colpo sordo di zappa a dissodare un solco per le fave, una risata, una corsa, un grido, un lancio per il pampano.
La sfortuna del “Biscione” non dipese tanto dalla fragilità dell’utopia di Daneri, di Fuselli e della schiera di architetti e di ingegneri che si prodigarono nello sviluppo del progetto, quanto dal tradimento della promessa urbana che ne costituiva il fondamento.
Quando frequentavo l’Università, Pierandrea Mazzoni insegnava Diritto Urbanistico alla Facoltà di Giurisprudenza e devo a lui, probabilmente a lui più che a ogni altro, di avermi aperto gli occhi all’alba dei miei vent’anni su come andava il mondo nel mondo della politica e degli affari. In particolare in quel sottomondo in cui politica ed affari si intrecciano indissolubilmente.
Perché capissimo sul serio ciò di cui stava parlando, invitò noi studenti a farsi un giro risalendo la collina di Quezzi fino al “Biscione”, dove il problema non era certo lo slancio utopico di Daneri, quanto la ben più cruda realtà delle strade che conducevano a quella promessa di paradiso. Tra quelle strade bisognava andare a vedere Via Amarena, presa a emblema da Mazzoni per identificare un aborto urbanistico, uno sfregio al diritto di poter avere un luogo dove abitare, non soltanto un involucro di calcestruzzo.
Insieme a Via Amarena, le altre analoghe strade di cantiere consentirono di riempire di case tutta la collina di Quezzi, con buona pace del verde, del parco urbano e dei servizi pubblici, la cui strutturale insufficienza si tradusse ben presto in disagio, in dissesto, in malumore, in rancore.
Nessuno ha la possibilità di dimostrare che senza questa dissennata pratica urbanistica il progetto di Daneri avrebbe potuto davvero realizzarsi. In fondo gli ingegneri, gli architetti, a loro modo anche i geometri, immaginano e disegnano degli spazi idonei affinché la vita possa avere luogo, sia incentivata a soffermarsi. Ma sanno poco della vita, o comunque in ragione della loro professione non ne sanno abbastanza per convincere la vita a radicarsi se ne mancano i presupposti ideali, sociali, economici; se non si intercettano i sogni e le paure, le parole scambiate e quelle trattenute, gli slanci, le passioni, i drammi, le rivendicazioni e gli abbandoni; se non si frequentano i bar, i cortili delle scuole, le piazze, se non ci si ferma a sedere su una panchina a parlare con chi capita del più e del meno, di quello che ci preme e di quello che ci opprime, di quello che ci lega e che ci rende affini.
Per questo di norma architetti, ingegneri e geometri alla prova dei fatti sono dei pessimi urbanisti, o comunque degli urbanisti falliti, perché progettare una città è ben altra cosa: per dirla con le parole che Italo Calvino fornisce a Marco Polo “d’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”.


A Genova il fallimento di questo modo di praticare l’urbanistica lo si può riscontrare nei fatti, nella solida, dura, cruda realtà della città costruita dove, in fondo, il “Biscione” non rappresenta certo l’esempio più emblematico. Sul lato settentrionale e quindi maggiormente buio, umido, disagiato della collina di Quezzi verso Montesignano si è fatto molto di peggio, così come nel Ponente con il  quartiere del CEP e le “Lavatrici” di Prà, soprattuto con la nuova edificazione popolare in Val Polcevera, che ha il suo buco nerissimo nella “Diga” di Begato, che a differenza del “Biscione” non si propone di seguire, assecondare il linguaggio del territorio, ma al contrario di frapporsi, come una diga appunto, come a segnare un punto di contrasto, il predominio dell’uomo sulla natura.


Per andare a vedere la “Diga” di Begato bisogna andarci di proposito, addentrarsi nella valle che da Rivarolo risale oltre la spina della Camionale, l’Autostrada per Milano. Andare per capire come mai un poeta come Edoardo Sanguineti, disponibile a condividere l’esperienza umana oltre alla dimensione della parola scritta, abbia deciso da missionario ateo di andare a vivere proprio lì, nel più disumano dei luoghi che a Genova si sia potuto concepire.
Negli ultimi cinquant’anni e ancor più nel nuovo secolo Genova ha invertito la sua tendenza demografica. Come tutti i popoli benestanti, anche i genovesi hanno preso a fare meno figli e siccome crescere dei figli è diventato sempre più costoso oltre che faticoso, i genovesi hanno il primato continentale della denatalità. Nonostante l’arrivo di nuovi residenti dall’Africa, dal Sudamerica, dall’Europa dell’Est, il il saldo naturale nel conteggio tra nati e deceduti è troppo alto per essere compensato dall’immigrazione. In questa situazione Genova perde abitanti e in cinquant’anni ne ha persi oltre 200.000, come se in quella Genova sconsideratamente costruita negli anni ’60 fosse scomparsa una città come Padova o come Brescia.
Per questo il problema urbanistico di Genova non è più quello di costruire, semmai quello di recuperare, difendere, ricucire, riconnettere, riportare a una dimensione del vivere più accettabile; laddove ogni persona possa trovare nella dimensione della città la risposta a una propria specifica domanda, che in fondo per ognuno è sempre quella di poter dar libera e piena attuazione a quelle che Amartya Sen chiama le proprie “capacità”.
L’architetto Renzo Piano, che al confine più a ponente della città filiforme, sulla costa di Vesima, ha casa, studio e fondazione, con un paio di matite colorate ha disegnato i confini logici di questa Genova. Ha disegnato con il colore blu una linea che segue la battigia e l’affaccio intermittente della città sul mare, mentre con il colore verde il confine della città costruita rispetto al selvaggio che rimane sulle dorsali strapiombanti delle colline.
Lì in mezzo sta tutta la Genova che può essere immaginata e riformata, ricreata: “meravigliosa” certamente, per dirla con un tocco di retorica istituzionale, forse più propriamente una “real thing”, come sostiene lo storico dell’arte Xavier Salomon; una città che nonostante tutto consente che la sua storia sia ancora pienamente leggibile, sia oggetto di esperienza e quindi di stimolo al pensiero.

 

Guido Conforti

Founder e direttore artistico di Biarritz Studio.
Cammino, scrivo, parlo, racconto per immagini.

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