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Capitolo ottavo, Marassi

Nel suo toponimo Marassi condivide la medesima radice con il parigino Marais, a evocare la palude, la melma, l’acquitrino che consegue alle piene del Bisagno come a quelle, molto più infrequenti, della Senna.
Tuttavia è questo l’unico elemento di congiunzione tra due quartieri all’opposto l’uno dell’altro per la funzione urbana che ricoprono, almeno al giorno d’oggi. Marassi è un quartiere popolare, dove la piana alluvionale al di là del ponte di Sant’Agata fornisce aree a basso costo, eppure prossime al centro cittadino, dove insediare residenze e servizi metropolitani: tra questi, vis à vis, il carcere e lo stadio.
Allo stadio intitolato a Luigi Ferraris, centrocampista e capitano del Genoa Cricket and Football Club, sono andato la prima volta nel febbraio del 1971, in occasione dello scontro al vertice del Girone B della serie C tra Genoa e Spal, partita troppo delicata e sentita per risultare anche bella, comunque risolta con un salomonico pareggio a reti inviolate che permise ai padroni di casa di fare un passo risultato poi fondamentale sulla strada della promozione.
Sono quindi andato per la prima volta allo stadio di Marassi, il più antico stadio d’Italia, nell’età d’oro degli undici anni, quando non si è più bambini e non si è nemmeno ancora adolescenti, o meglio si è per un breve periodo della vita entrambe le cose contemporaneamente.
Fino ad allora il calcio era stato per me un gioco praticato nei cortili e in qualche rara sortita nei campetti di sabbia e pietre del Righi o di Oregina. Era comunque lo sport nazionale degli italiani, che se non erano allo stadio seguivano alla radio la cronaca in diretta degli incontri dove si alteravano le voci  inconfondibili di Roberto Bortoluzzi, Enrico Ameri, Sandro Ciotti, Claudio Ferretti, il genovese Alfredo Provenzali, lo specialista della serie B Ezio Luzzi. Tranne che nei mesi più caldi, le partite iniziavano tutte alle 14.30 e alle 17.00 si sapeva già come era andata a finire, come si era mossa la classifica. Si aspettava la sera inoltrata per poter vedere i servizi televisivi con le azioni di gioco più importanti, i gol, la moviola, le interviste ai giocatori, agli allenatori. Ma per seguire davvero le partite bisognava andare al campo, se non ci si accontentava di qualche spezzone o delle telecronache della Nazionale, che nel febbraio del 1971 aveva da pochi mesi giocato a Città del Messico il match più bello della storia del calcio: Italia-Germania 4 a 3, un ricordo indelebile per chi ha l’età da poterla ricordare.
Tranne mia madre, a cui lo sport non è mai interessato per niente, in casa nostra si professava una timida fede sampdoriana, non so dire se motivata dalla simpatia per i colori della maglia o perché, come si sostiene da parte degli sciovinisti, non eravamo genovesi di nascita. Fatto sta che mio padre non mi ha mai accompagnato allo stadio, preferendo talvolta, la domenica pomeriggio, portarmi con sé a vedere le partite di qualche squadra di dilettanti, più spesso del Ligorna, che giocava su un campo in terra battuta oltre Molassana, molto più in su nella Val Bisagno.
Devo quindi a mio fratello Marco di avermi aperto le porte del Ferraris e non per passione calcistica, ma per partecipare a un evento cittadino che ci faceva essere solidali con tanta gente che sognava non certo di tornare ai tempi in cui si vincevano gli scudetti, ma almeno a togliersi dalla palude della serie C, dal dover andare in trasferta a Montevarchi o a Porto Torres, dal ritrovarsi sullo stesso livello dell’Imperia, del Savona, dell’Entella, dello Spezia.
Tolte le note di colore, la meraviglia di vedere per la prima volta decine di migliaia di persone nello stesso posto, il verde dell’erba, lo sventolare delle bandiere, enormi, indomabili, non fu appunto una bella partita. Walter Speggiorin, che era l’attaccante principe di quella squadra, non segnò alcuna rete e così tanto i suoi compagni come i suoi avversari. Ma l’allenatore Arturo Silvestri, detto Sandokan, sembrò essere contento lo stesso rientrando negli spogliatoi; come insegnava il mister del Milan Nereo Rocco  l’obiettivo era “primo non prenderle”.
Dopo quella esperienza, addentrandomi progressivamente nell’età del libero arbitrio e non necessariamente in quella della contrapposizione, mi sono accostato, ritrovato, appassionato ad aderire alla parte dei genovesi solidali alla causa dell’altra squadra cittadina, la Sampdoria. Non che in quegli anni i successi sportivi facessero propendere per una scelta di comodo. La Sampdoria affrontava regolarmente i campionati di serie A con l’unico obiettivo di non retrocedere, cosa che fino all’arrivo del Presidente Mantovani accadde purtroppo in più occasioni, nel 1966 e poi nel 1977.
Prima che venisse costruito lo stadio attuale in occasione dei Campionati Mondiali del 1990, con i posti a sedere al coperto e le quattro torri angolari che per qualche incomprensibile scelta architettonica interrompono la contiguità degli spettatori e quindi eliminano il fascino del “catino”, tipico degli impianti concepiti per il gioco del calcio senza pista d’atletica al contorno, lo stadio di Marassi contendeva al milanese San Siro il primato della funzionalità e delle bellezza.
Il terreno di gioco era a schiena d’asino, il drenaggio dell’acqua piovana funzionava perfettamente, l’erba cresceva senza coni d’ombra che ne pregiudicassero lo stato di salute e il pubblico assisteva alle partite appena oltre alle linee laterali, fornendo un sostegno formidabile alla squadra di casa. Tranne che per la tribuna numerata, gli spalti erano costituiti da gradoni di cemento armato, dove gli spettatori si arrampicavano senza troppe preoccupazioni per la sicurezza e neppure per la regolarità degli accessi.
In una città di risparmiatori seriali erano molti quelli che con un paio di binocoli seguivano i primi tempi delle partite dai tornanti della strada che saliva verso il Righi, per poi scendere a valle e convincere i custodi a farli entrare per assistere ai minuti finali, quando i cancelli venivano aperti.
In quelle condizioni lo stadio di Marassi poteva contenere 55.000 spettatori, c’è chi sosteneva perfino 60.000, magari arrotondando il numero in eccesso, come sono soliti fare gli organizzatori delle manifestazioni di piazza. In ogni caso, si trattava di una folla enorme, che cominciava ad affluire molte ore prima dell’inizio delle partite, a cominciare dalle gradinate retrostanti le porte, riservate ai tifosi più accaniti.
Negli anni ’70 ho iniziato ad andare a vedere con una certa regolarità le partite della Sampdoria, sistemandomi al centro della Gradinata Sud, proprio sopra al gruppo degli Ultras fondati da Claudio Bosotin in memoria dell’indimenticabile Ernesto “Tito” Cucchiaroni, attaccante argentino proveniente  dagli Xeneises del Boca Juniors e protagonista dell’inaspettato quarto posto raggiunto nel Campionato 1960-61.
Normalmente le partite erano un misto di frustrazione e di espiazione di chissà quale colpa per avere deciso di sostenere una squadra composta da giovani di belle speranze, mezzi campioni a fine carriera, oriundi dalle origini controverse e giocatori visibilmente meno abili degli avversari che militavano in squadre più blasonate e conseguentemente meglio tutelate dagli arbitri. Ma il rito dell’andare allo stadio, dello scendere le interminabili scalinate che da Piazza Manin conducono sul ciglio del Bisagno, del confondersi con la folla che arriva da ogni parte per condividere un luogo e un’emozione, dello sperare per una domenica nel miracolo di un risultato contro i pronostici della ragionevolezza, soprattutto dell’immergersi nella dimensione dell’appartenenza, era un motivo più che sufficiente per gratificarsi nella sua riproposizione bisettimanale, o almeno nella tempistica concessa dagli impegni familiari piuttosto che dai calendari del Campionato.
Con il calcio trasformato in industria dell’intrattenimento, è apparso con sempre maggiore evidenza che per competere ad alti livelli in Italia e in Europa bisognasse concentrare risorse e investimenti, allargare il bacino di utenza, crescere nelle economie di scala; per quanto riguarda una città di medie dimensioni come Genova questo comporterebbe una fusione tra le squadre di Genoa e Sampdoria, prospettiva utile non solo ai fini della dimensione calcistica, ma anche, forse soprattutto, per concepire e praticare una Weltanschauung svincolata dal radicamento esistenziale nell’appartenenza ad una parte, con conseguente contrapposizione ad ogni altra parte.
Un imprenditore genovese visionario come Riccardo Garrone, precipitato a un certo punto a doversi occupare in prima persona di queste cose, se ne convinse motivatamente nell’arco di pochi giorni. Provò a sondare, a prospettare, a proporre un’ipotesi di fusione, salvo ottenere un generale sollevamento di scudi da una come dall’altra tifoseria. E quindi non se ne fece nulla, tutto continuò come prima, nella migliore delle ipotesi cercando di ottenere il meglio possibile rimanendo saldamente nei propri confini.
A Genova non solo le squadre di calcio, ma ogni cosa è di taglia minore rispetto a quanto potrebbe essere e soprattutto a quanto accade altrove; le strade sono più strette, gli edifici più bassi, le imprese più piccole, gli uffici più minuscoli secondo il prototipo dello scagno. Anche le ambizioni e i progetti sono intrinsecamente limitati a un pragmatismo di breve respiro, perfino i sogni non volano.
Nella canzone popolare Ma se che pensu, che costituisce uno dei rari esempi in cui tutti i genovesi  senza eccezioni si sentono appartenenti all’unica parte della commozione collettiva, come forse accade soltanto nelle disgrazie e nei funerali, il sogno dell’emigrante dopo una vita di lavoro non è altro che quello di fare ritorno, di costruirsi una piccola casetta, con un giardinetto, una branda, una bottiglia di vino e così aspettare che il tempo faccia il suo corso; potere essere rassicurati dalla prospettiva del proprio balcone circa permanenza immutabile dell’orizzonte e delle ragioni intime dell’esistenza, dove in fondo non c’è niente di meglio che garantirsi un tempo senza pensieri, in cui stare immobili a godersi il sole, “a prendersi i raggi”, come diceva Govi nella commedia dialettale “I manezzi pe majà na figgia”.
Alla fine il riserbo, l’autocontrollo, la parsimonia, l’indolenza spinta fino ai confini dell’immobilismo sono componenti di un modo di essere tipico dei genovesi, volto a preservare l’unica cosa che realmente conti: la proprietà, intesa come viatico per una vita più lontana possibile tanto dai problemi come dai semplici fastidi.
Per chi attenta alla proprietà, in passato si era pronti a reazioni radicali, come avvenne con Giulio Cesare Vachero a cui furono tolti in rapida successione la casa, i figli, gli averi, infine la testa e in memoria di tante deplorevoli gesta fu eretta la Colonna Infame che ancora oggi svolge il suo ruolo di sinistro ammonimento in uno slargo di Via del Campo.
Attualmente ci si limita a rinchiudere i delinquenti in una cella, per i delinquenti maschi nel carcere di Marassi, costruito alla fine dell’800 ai confini del campo di calcio dell’Andrea Doria soprannominato emblematicamente “La Cajenna” e che negli anni ’20 venne soppresso per costruire lo Stadio Luigi Ferraris.
Da allora stadio e carcere convivono fianco a fianco nel cuore di un quartiere dove di solito regna un maggiore silenzio, la auto scivolano senza motivo di fermarsi lungo le strade che seguono il corso del torrente, con l’unica parentesi della partita di calcio. quando capita.
Ma mentre sono andato allo stadio centinaia di volte, non sono mai entrato dentro al carcere di Marassi fino a quando l’Associazione del Teatro Necessario mi ha chiesto una mano per completare la costruzione del teatro dell’Arca all’interno del penitenziario, per dare una casa permanente alla Compagnia degli Scatenati, formata dai detenuti che trovano nella recitazione un modo di riconciliarsi con se stessi e con il mondo, per impiegare con profitto il fluire degli anni della loro detenzione.
Il progetto prevedeva di realizzare una sala da 200 posti, interamente di legno, all’interno di un cortile del carcere, e si basava su una sottoscrizione popolare a cui contribuì anche il Premio Nobel Dario Fo, che rimase affascinato dall’idea e dalla constatazione che l’idea di liberare la fantasia e l’umanità dei detenuti attraverso il teatro fosse diventato un fatto tangibile.
Il mio piccolo contributo fu di portare in quel teatro la rappresentazione di Biarritz, quanto meno l’anima del romanzo che prende il nome da quella lunga spiaggia di Aquitania, presa a prestito per raccontare la pluralità della vita, il mistero e la sterminata serie di combinazioni che regola l’esistenza, o meglio la co-esistenza di tutto ciò che esiste. Raccontare ciò che ha senso raccontare, tanto più quando si percepisce il fluire del tempo, la provvisorietà di ogni cosa e il suo perennemente trasformarsi senza lasciare traccia se non ancorata a un ricordo che svolga il compito di testimone, di segnale, di promemoria, talvolta di espiazione. Raccontare quindi quanto abbiamo capito o intuito di cosa siamo fatti noi e l’altro e gli altri, tra i quali certo sono compresi anche i carcerati, i rinchiusi perché possano essere dimenticati, rimossi dal solo rischio che possano incrociare le loro ombre con le nostre sulla strada.
Eppure anche i carcerati esistono e per quanto gravi siano stati i crimini per cui furono condannati alla detenzione, la loro umanità non può essere annullata, cancellata.
Mi è capitato molte volte, durante le prove dello spettacolo, di attraversare da solo i viali del penitenziario, spesso di notte, passando rasente alle pareti con le finestre chiuse solo dalle inferriate, dalle quali una cascata di voci e di odori escono e cadono a terra come la neve in pianura, calma, densa, compatta. E mi è capitato ogni volta di sentirmi scuotere nel precario equilibrio di uomo apparentemente libero, apparentemente normale, apparentemente in grado di decidere del proprio destino che invece ci lega  indissolubilmente gli uni agli altri.

Guido Conforti

Founder e direttore artistico di Biarritz Studio.
Cammino, scrivo, parlo, racconto per immagini.

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