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Convergere

Gli stessi fisici che hanno dimostrato il processo di espansione dell’universo (la sua divergenza rispetto al calcio d’inizio del Big Bang) hanno anche stabilito che il processo non è irreversibile.
Anzi, qualora nell’intero universo fosse raggiunto un grado di densità media di materia superiore rispetto a un livello critico, la forza gravitazionale che ne deriverebbe sarebbe tale da innescare un processo contrario di contrazione progressiva, una sorta di cosmica ricapitolazione, destinata a protrarsi fino a un Big Crunch in cui tutta la materia esistente sarà concentrata in una dimensione non superiore alla “lunghezza di Plank”, ossia alla dimensione minima coerente con la teoria generale della relatività.
Questo fenomeno non è di attualità per l’intero universo, ma al suo interno già accade qualcosa di simile nella formazione dei cosiddetti buchi neri. Si tratta nei casi macroscopici dell’implosione di stelle “spente”, sotto la pressione di una forza gravitazionale così potente da concentrare la loro massa in una dimensione che impedisce perfino la fuoriuscita dei fotoni, ossia della luce, dal suo interno.
L’osservazione della realtà indica quindi che non esiste unicamente un moto di divergenza, ma al contrario che ne esiste anche un altro di direzione opposta, in grado di attrarre e di porre in relazione materia a materia, proporzionale rispetto alla massa e all’energia in gioco, capace di modellare lo spaziotempo.
La forza gravitazionale agisce attraendo non soltanto materia, ma anche informazioni. All’interno dell’ “orizzonte degli eventi” dei buchi neri, materia e informazioni rimangono racchiuse in una regione particolare dello spaziotempo le cui condizioni non sono riscontrabili da un osservatore esterno, ma solo dedotte. Peraltro, in tutto l’universo la forza gravitazionale consente che materia e informazioni non si disperdano, che il moto divergente avviatosi con il Big Bang non si propaghi all’insegna del caos, della produzione incontrollata di entropia.

La nostra esperienza è contraddistinta dalla ricorrenza dell’ordine, rispetto al disordine. Se mettiamo la sveglia a una certa ora e se la sveglia è alimentata da una fonte di energia, a quell’ora la sveglia suona e alzandoci possiamo constatare che il sole è posizionato nel cielo all’altezza calcolata da ogni almanacco per il luogo e il momento dell’anno in cui ci troviamo; facciamo colazione proporzionando gli alimenti da assumere in funzione degli impegni che prevediamo di avere e il nostro corpo inizia a scomporre gli elementi nutritivi affinché siamo in grado di sostenere la nuova giornata; uscendo per strada, incontriamo altre persone intente a dirigersi verso le loro occupazioni e c’è chi cammina, chi usa la bicicletta, chi il bus, l’automobile, i semafori regolano il traffico, i motori girano, i freni frenano, la probabilità che le cose accadano secondo le previsioni sono molto maggiori del contrario. Così accade se accendiamo un computer, se cerchiamo nella rete un dato, se lo scambiamo con qualcuno, se parliamo un linguaggio che qualcuno comprende e con quel linguaggio ci risponde; così accade ancora, se tornando a casa verso sera allunghiamo il passo verso un parco pubblico, dove magari soffermarsi anche un solo minuto nel constatare come la vita degli animali e delle piante si mantenga tale, propagandosi nell’alternanza delle stagioni.
Se conosciamo qualcosa delle leggi della fisica, sappiamo anche che l’ordine con cui si muovono gli astri, gli esseri viventi e i loro componenti fin nelle più microscopiche dimensioni, non è totale e che anzi nel tempo è portato a degradarsi. Ma tutto ciò accade nel complesso, mentre all’interno del complesso, sia pure in una prospettiva orientata al disordine, c’è spazio anche per l’ordine. Potremmo dire, c’è spazio affinché l’ordine nasca dal disordine.
Tuttavia questo comporta uno sforzo diretto verso la relazione, la selezione, la conservazione, la sintesi, in una parola verso la convergenza.

La convergenza è un moto da luogo, tale da impedire che divergenza corrisponda a dispersione. Nel moto le parti stabiliscono i contenuti specifici della propria relazione, che è in funzione di ogni identità compresa nella relazione, dei suoi caratteri distintivi, della propria posizione nello spaziotempo.
La biologia è lo studio della vita che evolve tramite convergenze, in particolare quelle di prossimità tra singoli individui che si uniscono per trasmettere il proprio genotipo ad altri individui, affinché esso possa mantenersi e meglio adattarsi all’ambiente circostante.
Uno dei casi più noti eppure sorprendenti che l’evoluzione della natura ci permette di osservare è quello dei salmoni del Pacifico. I pesci nascono in fiumi di acqua dolce, dove trascorrono la loro fase giovanile irrobustendosi e nutrendosi di insetti e crostacei fino al momento in cui, per necessità di accrescere le fonti di alimentazione, iniziano in gruppo la discesa verso l’Oceano, dove completeranno il loro stato di maturazione e vivranno fino al momento finale della riproduzione.
Inizia allora una migrazione anadroma e grazie a una mappa olfattiva elaborata e acquisita nella fase giovanile di discesa a valle, i salmoni sono in grado non soltanto di riconoscere il corso d’acqua di provenienza, ma di risalirlo esattamente fino al punto della loro nascita. Qui la femmina prepara il nido scavando con la coda tra la ghiaia del letto del fiume e sceglie il maschio con cui riprodursi al termine di una sorta di danza fatta di spettacolari vibrazioni. Dopo la frega e la deposizione delle uova, stremata, la coppia di salmoni ha esaurito il proprio ciclo vitale; rapidamente i pesci mutano la livrea, la pelle del dorso si inspessisce, si scurisce e dopo una ventina di giorni entrambi i pesci muoiono.
Ma a prescindere dall’accoppiamento, in natura sono osservabili innumerevoli esempi di convergenze poste a tutela della sopravvivenza individuale attraverso la cooperazione, o almeno la compresenza nello stesso habitat, tanto nella vita vegetale che in quella animale.

“Le acciughe fanno il pallone, che sotto c’è l’alalunga” cantava Fabrizio de André, dove il pallone è la particolare conformazione del banco dei pesci ammassato per difendersi dai predatori e l’alalunga una specie di tonno presente nel Mar Ligure.
Per vivere, oltre che per sopravvivere, la dimensione di convergenza dell’uomo non ha luogo nei banchi, negli sciami o negli stormi, ma nel gruppo che assume volta a volta i contorni della famiglia, del clan, del popolo, della città.
Muovendosi dalla Rift Valley l’umanità ha migrato per il mondo, salvo fermarsi, magari provvisoriamente e magari con l’effimero riparo di una tenda da nomade, laddove avesse senso mettere fine alla propria divergenza.
Le città sono il luogo deputato alla convergenza. In esse convergono i bisogni di ogni tipo e il loro, almeno potenziale, soddisfacimento. E’ quanto suggerisce Marco Polo a Kublai Kan nelle “Città invisibili” di Italo Calvino: “D’una città non godi le sette o le settanta meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda o la domanda che ti pone obbligandoti a risponderle”.
Le città sono quindi luogo e tempo di convergenza umana, non semplici architetture di pietra o calcestruzzo.
Nell’era della rete, contraddistinta dall’uso pervasivo della tecnologia digitale, in grado di annullare le  distanze di tempo e di spazio nella comunicazione, c’è ancora chi si illude che sia divenuto indifferente il luogo dove abitare, quanto meno all’interno delle aree servite da una efficiente connessione di rete. Come se fosse praticabile (e quindi praticato) uno sprawl universale.
Ebbene, non soltanto questo non accade. Nella realtà accade l’esatto contrario.
La popolazione mondiale è in crescita, ma in crescita ancora maggiore è la popolazione che risiede nelle città, di piccola e media dimensione come nelle megalopoli con oltre 10 milioni di abitanti. Ci si stiamo avvicinando rapidamente alla percentuale del 60% di residenze urbane, per motivi che solo in parte discendono dalla progressiva diminuzione degli addetti alle attività agricole, causata dall’aumento di produttività in quel settore.

L’era della rete è contraddistinta dalla tecnologia digitale (oltre che dalle dalle caratteristiche dell’ipercomplessità e dell’ipervelocità), ma anche dall’ibridazione, dalla commistione indistricabile tra cyber e fisicità. Questo comporta che i bisogni delle persone non possano essere soddisfatti solamente attraverso i canali della virtualità, ma anche e fondamentalmente attraverso un sistema dell’offerta composto da prodotti e servizi fisici, che dalla fase di progettazione a quelle di esecuzione, consumo e postconsumo utilizzano tecnologie digitali per risultare più personalizzati, più immediatamente disponibili, più funzionali, più economici.
Le persone tendono a vivere e comunque a frequentare le città perché nelle città convergono, sono concentrate, più disponibili e accessibili, utilità a maggior valore aggiunto la cui fruizione comporta una presenza fisica, una rete di relazioni non meramente virtuali tra le persone.
Ma le motivazioni che spingono per una crescente convergenza nelle scelte abitative verso l’urbanizzazione sono più estese di quelle connesse con l’accesso fisico all’acquisto di beni e servizi (sempre più servizi che beni, in realtà).
Ogni transazione opera come frutto di una convergenza tra due o più soggetti che riconoscono valore nell’oggetto della transazione medesima.
Oltre che luogo della transazione, le città rappresentano l’ambiente ideale per selezionare e arricchire di competenze l’universo dell’offerta, tanto più dove essa agisce su fattori di competitività legati all’innovazione piuttosto che al costo.
Ma quali saperi, quali competenze e quale innovazione?

Nell’era della rete l’accesso alle informazioni e quindi alle competenze non costituisce un fattore critico, ma presuppone che le competenze esistano e si concentrino in un soggetto, sia esso singolo, ovvero organizzato in un sistema.
Per quanto lo sviluppo dell’intelligenza artificiale si proponga di aiutare il processo attraverso l’elaborazione di grandi quantità di dati in tempi e costi sempre più ridotti, l’ipercomplessità accelerata impone che nell’uomo le competenze verticali, specialistiche, debbano continuare a formarsi ed anzi debbano allungarsi quanto più possibile nella loro verticalità, ancorché si riconosca il loro intrinseco carattere di insufficienza e di provvisorietà rispetto al contenuto specifico di sapere a cui si riferiscono, anch’esso soggetto allo stesso moto di accelerato accrescimento.
Tuttavia, l’ipercomplessità accelerata non può essere governata soltanto con saperi verticali. Accanto ad essi, sono sempre più necessari altri generi di saperi e di competenze, di natura orizzontale, capaci di interconnettere efficacemente informazioni, selezionarle, ordinarle in termini di priorità e di utilità attesa, finalizzarle alla costruzione di senso e quindi di valore, di valore scambiabile.

Il sociologo francese Edgar Morin ha elencato sette saperi orizzontali, necessari all’educazione del futuro e svincolati dall’uso dell’intelligenza artificiale, che possono essere così riassunti:

  • Conoscere la conoscenza, i suoi processi cerebrali, psicologici, culturali, comprenderne i limiti e saperne prevenire gli errori.
  • Cogliere i problemi fondamentali e globali, collocare le informazioni in un contesto, sviluppare il problem setting come presupposto necessario per passare al problem solving.
  • Comprendere la condizione umana, come insieme dei caratteri fisici, biologici, psichici, culturali, sociali e storici degli individui, ciò che li rende propriamente individui personali.
  • Collocarsi all’interno di un’identità terrestre, che si è andata costruendo a partire dal XVI secolo, ossia dal momento in cui si sono stabilizzate le comunicazioni tra tutti i continenti del pianeta e  si è socializzato a livello globale il destino dell’umanità.
  • Affrontare le incertezze e saper gestire responsabilmente la sfera dell’incerto e dell’inatteso, con i cambiamenti che necessariamente ne derivano.
  • Praticare la comprensione e quindi la reciproca accettazione tra gli esseri umani, presupponendo che le differenze non siano motivo di ostacolo, ma anzi di arricchimento.
  • Agire secondo un’etica del genere umano, che è al contempo individuo, specie e società.

Al di là dell’insegnamento di Morin, non è un caso se a partire dall’ambito lavorativo siano sempre più ricercate nelle persone le cosiddette soft skills o not technical skills, competenze orizzontali, trasversali, talvolta inter-disciplinari se non addirittura in-disciplinari, che per essere coltivate hanno necessità di ambienti favorevoli, stimolanti, ridondanti di opportunità relazionali, di convergenze tra traiettorie umane e sociali, come nelle città è più facile trovare.
Le città possono essere quindi immaginate e descritte come delle strutture a matrice, estese in proporzione della loro dimensione demografica e vitalità sociale che, mettono a disposizione di abitanti e visitatori una serie di opportunità per l’educazione delle proprie capacità personali. A loro volta, le persone stesse possono essere immaginate e descritte sotto forma di matrice, dove competenze verticali e orizzontali concorrono nell’identificare il “saper fare” e, prima ancora, il “saper essere” di ognuno.
E’ da questa base che nasce e si deposita l’attività creativa dell’uomo che si traduce in opera d’arte, scoperta scientifica o nuova impresa, di qualsiasi genere esse siano.

La divergenza del pensiero creativo non scaturisce dal vuoto poiché, come insegnava Bernardo di Chartres ai suoi discepoli, siamo come dei nani seduti sulle spalle di giganti; la conoscenza e il sapere che il genere umano ha distillato prima di noi consentono che si possa azzardare un volo che vada oltre non partendo dal nulla, dato che nulla parte dal nulla.
Ma per altro verso, affinché il pensiero creativo non rimanga pura ipotesi, speculazione della mente, necessita di precipitare convergendo nella solidità della contingenza, in qualche “corpo” che lo ospiti, che prima o poi o possa rendere oggetto di narrazione e quindi di scambio: un documento scritto, un’immagine, un suono, un gesto, un evento, un’organizzazione, tutte cose che per essere realizzate presuppongono competenze; più queste competenze sono profonde ed eterogenee, tanto verticali quanto orizzontali, più il prodotto espresso in opera d’arte, scoperta scientifica o nuova impresa avrà la possibilità di vedere effettivamente la luce, di aggiungersi alla realtà del mondo, di essere riconosciuto da altri e di ricevere un’attribuzione di valore.
In fondo, questo è ciò che chiamiamo “cultura”: la convergenza nell’attribuzione di valore da parte di una pluralità di soggetti che ha per oggetto il precipitato conosciuto di un pensiero creativo. Convergenza che ha luogo nel tempo, secondo le dinamiche del tempo, e nello spazio, secondo le opportunità che lo spazio offre di dar luogo a relazioni.
Tuttavia, affinché la presenza di competenze differenti possa costituire un sistema efficiente è necessaria la messa in atto di una convergenza organicamente gestita, che nelle persone richiama il concetto di benessere.

Tralasciando l’aspetto delle patologie psichiche, nell’uso comune del termine il benessere corrisponde a uno stato della persona in cui convergono, in modo più o meno equilibrato, condizioni psicofisiche, relazionali, di contesto, di lettura della propria esperienza, giudicate positivamente dal soggetto.
Lo psicologo americano Abraham Maslow è noto per aver ricondotto all’immagine facilmente memorizzabile di una piramide i bisogni dell’uomo che, in quanto soddisfatti, ne possono assicurare il benessere.
Per Maslow alla base della piramide stanno i bisogni fisiologici che permettono la permanenza in vita (respirare, alimentarsi, dormire, avere rapporti sessuali), mentre nella parte immediatamente superiore si trovano quelli che consentono di vivere nella sicurezza fisica, mentale, familiare, lavorativa o comunque conseguente alla disponibilità dei mezzi di sostentamento. Scorrendo verso l’alto della piramide, si trovano i bisogni da soddisfare che riguardano il senso di appartenenza (l’amicizia, l’affetto familiare, l’intimità sessuale) e ancora sopra quelli che riguardano la sfera dell’autostima e del rispetto reciproco. Infine, al vertice, la sfera dei bisogni di autorganizzazione, che mettono in campo gli aspetti della spontaneità, della creatività e della moralità.
In questa prospettiva e utilizzando termini di uso comune per descrivere il mutare del sentimento del soggetto nella risalita della piramide di Maslow, possiamo dettagliare il concetto di benessere sotto forma di piacere, di soddisfazione ovvero di beatitudine.
Peraltro, sempre ponendosi dalla parte del soggetto, l’esperienza e l’osservazione della realtà mostrano un quadro meno definito nella sua consequenzialità. Il benessere viene infatti ricercato come risposta a bisogni che esistono simultaneamente e che inducono azioni conseguenti alla concreta, contingente volontà di agire.
Per aiutarsi figurativamente con il sostegno di un’altra immagine, al posto di una piramide possiamo indicare anche in questo caso una matrice a doppia entrata, costituita da un lato dai bisogni materiali e dall’altro da quelli immateriali, rispetto alla quale ogni soggetto attua la propria, specifica, determinazione.
In questo senso, il benessere non è soltanto l’esito di una traiettoria individuale, ma anche la convergenza collettiva, storica e culturale di un fenomeno sociale, in cui i bisogni della persona trovano composizione all’interno di un contesto sistemico.

Il 18 marzo 1968, in un discorso tenuto presso l’Università del Kansas, il Senatore Robert Kennedy denunciò l’inadeguatezza del PIL e degli indici di Borsa per misurare il benessere delle nazioni: “Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia dei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti tra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra compassione, né la devozione al nostro Paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.
Prese le opportune distanze dalla retorica intrinseca a ogni intervento di propaganda elettorale, il discorso di Kennedy rimane come paradigma di una convergenza di cultura politica che ha avuto un certo seguito negli anni successivi. All’inizio del 2008, quando ancora non era scoppiata la bolla dei titoli subprime e non si era ancora entrati nella più grande crisi economica dal Dopoguerra, il Presidente francese Sarkozy istituì una Commissione composta da 25 autorevoli esperti coordinati da Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean-Paul Fitoussi, chiamati ad esprimersi sugli indicatori da utilizzarsi per quantificare le performance dell’economia e del progresso sociale.
Il Rapporto della Commissione fu ufficialmente presentato il 14 settembre 2009 alla Sorbona, esattamente un anno dopo il crac della banca d’affari Lehman Brothers, e rese evidente come il benessere sociale dovesse essere concepito, perseguito e misurato attraverso parametri parzialmente diversi da quelli della macroeconomia visti all’interno di una prospettiva di sostenibilità per le attuali e future generazioni.
Su questi nuovi parametri, articolati sotto forma di raccomandazioni che hanno cominciato ad essere tradotte in pratica nelle elaborazioni di vari Enti di statistica, esiste una convergenza intellettuale e morale che ancora fatica a farsi pratica quotidiana, nei comportamenti individuali, sociali e politici del mondo contemporaneo.

L’ipercomplessità accelerata genera anticorpi e resistenze al cambiamento del tutto comprensibili, ancorché nefaste.
Tuttavia, il mondo interconnesso nell’era della rete non è un’opzione, ma una realtà irreversibile a meno di cataclismi apocalittici al momento non prevedibili; pertanto una realtà che va accompagnata, costruita, resa appunto sostenibile nel tempo.
Sappiamo che l’azione della convergenza, il proposito di creare ordine dal disordine, richiede l’impiego di energia e che quindi non è mai un’operazione senza costi. La tentazione di rinunciare, di opporsi o soltanto di lasciare che le cose vadano a modo loro, è forte.

Nella numerologia cabalistica, 7 è il numero della convergenza e 6 (ossia 7 meno 1) è il numero della divergenza, della divisione dell’opera dell’uomo da quella di Dio. Non a caso 666, il triplo 6, è il numero che descrive il Demonio, il divisore per antonomasia.
In poche di pagine indimenticabili, Fedor Dostoevkij lascia che sia il tormentato Ivan Karamazov a raccontare il monologo del Grande Inquisitore, satana in quanto accusatore e demonio in quanto dis-ordinatore, di fronte a un muto Gesù Cristo arrestato sul sagrato della Cattedrale di Siviglia e quindi portato nel buio di una squallida galera.
Riprendendo la sequenza delle tentazioni raccontate nel Vangelo di Matteo, il Grande Inquisitore ricapitola i buoni motivi che spingono per la resa dell’uomo di fronte alla fatica della convergenza (in termini evangelici potremmo dire della conversione), della ricerca di senso, della fedeltà al senso trovato, o ritrovato.
Rispetto alla fatica di esercitare la libertà della convergenza, Il Grande Inquisitore oppone il piacere che deriva dallo sfamarsi di pane, un pane buono, nell’immediato del suo essere disponibile per tutti gli uomini, ancorché deboli, viziosi, inetti, ribelli; un pane da venerare perché capace di sfamare più di tante promesse che richiedono di investire sul futuro, di scommettere sull’incerto.
E ancora: di fronte alla prospettiva di utilizzare la propria libertà per pensare e agire secondo il proprio pensiero e non il pensiero di altri, il Grande Inquisitore oppone la scorciatoia di affidarsi al miracolo, al mistero e all’autorità, ossia a tutto ciò che porta ad affidare ad altri il proprio destino, a rinnegare il proprio libero arbitrio.
Infine, l’ultima tentazione, l’ultimo subdolo suggerimento, è quello di rinunciare ad andare fino in fondo e scendere dalla croce, dalle estreme conseguenze a cui conduce la fedeltà a ciò in cui davvero si crede, per accontentarsi di vivere, o forse soltanto sopravvivere, con quello che si ha, mangiando il pane che qualcun altro ha preparato per noi.
La proposta del Grande Inquisitore non è per un’elite, anzi rimprovera al Cristo di avere indicato una via (addirittura la pretesa di essere lui stesso la via!) troppo difficile da seguire, se non per degli eroi.
Al contrario, il pane per tutti è una promessa di felicità per tutti, per i “i mille milioni di bambini felici” costretti a lavorare, ma che nelle ore di riposo troveranno la loro vita organizzata “come un gioco di bimbi, con canzoncine, cori, danze innocenti”, a cui sarà permesso di peccare e di confidare i segreti più tormentosi della propria coscienza, dato che a tutto sarà trovata una soluzione e “confideranno nella nostra soluzione con gioia, perché essa libererà loro dal grande assillo e dalle tremende pene che adesso patiscono per giungere a una decisione libera, personale”.
La tentazione finale del Grande Inquisitore è quindi di lasciare che la vita proceda nel senso della divergenza e così compia il suo destino fino all’unico destino universale, che è quello della morte. Rinunciare quindi a farsi carico fino in fondo di un destino diverso, opposto, che è poi dato dalla convergenza di se stessi con la verità, o almeno con ciò che, con piena sincerità, ci sembra avere i contorni sfumati della verità.

Guido Conforti

Founder e direttore artistico di Biarritz Studio.
Cammino, scrivo, parlo, racconto per immagini.

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