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Divergere

Avere a che fare con dei fisici aiuta a porsi nella prospettiva con la quale i fisici guardano al mondo.
Trattandosi di scienze “dure” più che “esatte” (giacché la pienezza della conoscenza non è di  loro pertinenza e il metodo scientifico su cui si esercitano è solidamente basato su un’affidabilità sperimentale che induce al rispetto delle sue ripetute conclusioni), ciò che stabiliscono discende direttamente da ciò osservano e vale per il tempo in cui esso non viene contraddetto.
Nella prima metà del Novecento la comunità internazionale dei fisici si è trovata fondamentalmente concorde nel riconoscere la validità di un modello cosmologico, elaborato per primo da Georges Lemaitre sulla base delle osservazioni astronomiche condotte da Edwin Hubble, per il quale l’universo che conosciamo ha preso avvio in uno spaziotempo zero della storia (il cosiddetto Big Bang) e da allora si assiste a un processo di espansione rispetto a quel punto/momento iniziale. Il processo risultava congruente rispetto alla teoria della relatività generale di Einstein.
Cosa sia esistito antecedentemente a quel momento, o meglio nel “tempo di Planck” o al di fuori di esso, è questione che riguarda i fisici, ma non solo. In generale, riguarda tutti coloro che attraverso un pensiero e un linguaggio conseguente si pongano domande sulle cause dei fenomeni.
In ogni caso, ciò che appartiene all’esperienza scientifica dei fisici è il processo di espansione dell’universo, per il quale lo spaziotempo si espande contestualmente all’espandersi della materia. Di riflesso, in termini sperimentali non si pone un problema di “dentro-fuori” rispetto allo spaziotempo, bensì di distanze e di velocità con le quali, all’interno di uno spaziotempo in espansione, le distanze si modificano. Si tratta, in buona sostanza, di ricondurre il tutto a un processo di universale divergenza.
Questo processo può essere letto e misurato in diversi modi, ma uno solo è in grado di comprenderlo interamente in tutta la sua estensione ed è connesso alla produzione di entropia.
L’entropia corrisponde alla misura della capacità (più propriamente dell’incapacità) di un qualsiasi sistema fisico di produrre lavoro. In base al secondo principio della termodinamica esso tende a diminuire nel tempo. In altri termini, secondo la formulazione di Kelvin e Planck, “è impossibile realizzare una trasformazione ciclica il cui unico risultato sia la trasformazione in lavoro di tutto il calore assorbito da una sorgente omogenea”.
In parole poverissime, se tutto si muove trasformandosi, ogni processo ha bisogno (anche) di lavoro esterno al proprio sistema per poterlo fare, di un qualche carburante eteroprodotto, poiché non esiste alcun motore termico che produca calore con un rendimento del 100%.
Applicato all’intero universo, inteso come sistema chiuso in quanto comprensivo di tutta la materia esistente, ciò significa che nella direttrice del tempo l’entropia non può che crescere e che il processo cosmico di divergenza può essere descritto come il passaggio da un grado nullo di entropia (registrato al momento del Big Bang), fino a un grado massimo, che si riscontrerà all’atto della morte termica dell’universo, ossia nel momento cui non esisterà più energia libera per produrre lavoro.
Sotto altro profilo, l’entropia è utilizzata per misurare lo stato di disordine all’interno di un sistema. In altre parole poverissime, se immaginiamo lo stato dell’universo al momento del Big Bang come fondamentalmente ordinato e in equilibrio, ciò che è accaduto (e sta accadendo continuamente) è la rottura di quell’equilibrio con la produzione irreversibile di disordine, che continuerà a crescere fino, appunto, al momento della morte termica dell’universo.
Nel mondo visto dai fisici, o meglio nel mondo visto dalla maggioranza dei fisici sperimentali nell’ultimo secolo, l’universo si muove divergendosi e continuerà a farlo seguendo la direttrice irreversibile del tempo finché il livello totale di entropia non lo farà collassare, immobilizzandolo in un sarcofago di ghiaccio buio, quello che William Thompson già nel 1851 chiamò Big Freeze.

Prendendo lo spunto dall’entropia, Erwin Schroedinger scrisse nel 1944 un breve saggio, tratto da un ciclo di conferenze tenute al Trinity College di Dublino, intitolato: “Cos’è la vita?”.
Da scienziato insignito con tanto di Premio Nobel, Schroedinger cercò di spiegare la cellula vivente dal punto di vista fisico, con risultati ancora sorprendenti nella loro capacità esplicativa, anche a distanza di tanti anni.
Per Schroedinger il mantenimento di un ordine biologico all’interno di un organismo vivente discende dal fatto che si tratta di “sistemi aperti”, in grado di assimilare, elaborare e accumulare entropia negativa (o neghentropia), a partire dalla trasmissione del codice genetico e per passare   quindi a ogni forma di “nutrimento” da metabolizzare. In assenza o col venir meno di tali capacità (per condizioni interne, biologiche, o di relazioni con l’esterno) la vita non è possibile e ogni organismo vivente è condannato più o meno velocemente a deperire, fino alla morte.
Parafrasando Schroedinger, alla domanda “Cos’è la morte?” potremmo forse replicare che essa corrisponde alla sopraggiunta incapacità, critica per un organismo vivente, di produrre neghentropia o, più precisamente, di acquisire neghentropia.
Peraltro, all’interno di un universo che si muove producendo necessariamente entropia, il mantenimento della vita può essere letto con la metafora di una continua battuta di caccia, in cui ogni organismo vivente si muove anch’esso, alla disperata ricerca del proprio nutrimento, del proprio ordine vitale, che a seconda dei casi può essere attinto, estratto, acquistato, trasmesso, donato, ma sempre con saldo entropico positivo e, se regge la metafora, con più prede che predatori.
Come abitanti dell’Antropocene, possiamo perfino provare a raccontare l’intera storia dell’umanità come un’unica grande battuta di caccia alla neghentropia, avviata sul pianeta Terra dai nostri antenati della Rift Valley e forse destinata, domani, a proseguire su qualche altro pianeta reso accessibile. Se vogliamo azzardare una visione ancora più attinente alla realtà dei fatti, possiamo raccontare la stessa storia come l’adattamento del genoma umano all’effetto dell’entropia, attuato tramite la trasmissione da individuo e individuo attraverso la riproduzione; così facendo, il genoma è sopravvissuto alla morte dei singoli individui utilizzati per la sua moltiplicazione e diffusione in ogni angolo del pianeta Terra.
Per continuare a esistere, quanto meno per sopravvivere, l’Homo sapiens non è mai rimasto fermo al proprio posto, al proprio habitat natio. Se non lo ha fatto per convinzione o per curiosità, lo ha fatto almeno per necessità.
In fondo, la storia del genere umano non è altro che un lungo percorso centrifugo e divergente, inarrestabile se non nella morte.

Nei capitoli 2 e 3 della Genesi è possibile rileggere in filigrana un racconto dell’inizio di questa divergenza.
L’immagine del giardino di Eden nel quale si dispone di ogni frutto necessario per l’uomo, compresi quelli dell’albero della vita e dell’albero della conoscenza del bene e del male, serve a segnare lo scarto rispetto all’esperienza comune a tutta la discendenza di Adamo e di Eva.
Con la loro cacciata dal giardino di Eden, per gli uomini non si apre soltanto la stagione del lavoro e della ricerca della terra dove il lavoro possa essere proficuo. Si apre anche la stagione della mortalità e della ricerca di un antidoto alla mortalità, sia esso provvisorio o restituito alla dimensione metafisica dell’eternità, affrancata quindi dalla continua macina dell’entropia.
Ma molto prima del racconto biblico, i temi della divergenza si ritrovano nell’epopea mesopotamica di Gilgames, dove l’eroe parte da Uruk per una duplice ricerca: quella del luogo dove potersi sostenere nella vita (la foresta dove si abbattono i cedri) e quella del luogo dove poter soddisfare la propria sete di conoscenza, fino all’incontro con Utnapistim “Il Lontano”, l’uomo-dio.
A differenza della narrazione della Genesi (rispetto alla quale sussistono peraltro molti motivi di analogia), in Gilgames la conoscenza è altrove rispetto al proprio stato di quiete, appartiene già al tempo successivo al Big Bang, quando il tempo diventa storia. Ma in entrambi i casi conoscenza e mortalità sono intrinsecamente correlati, come se fossero facce della stessa medaglia; come se, in definitiva, scopo ultimo della conoscenza non fosse altro che scoprire il destino della propria mortalità, la vittoria finale dell’entropia.
A Gilgames, come ad ogni uomo, non rimane che la facoltà di raccontare le “cose segrete” che si sono viste, che si sono apprese durante il viaggio. Se questo non serve ad arrestare l’inevitabile, almeno consente di collocarsi consapevolmente in un punto preciso della traiettoria dell’universo.

Tra le innumerevoli storie della divergenza, quella di Abramo presenta delle caratteristiche di novità, almeno tra quelle che si ritrovano nella Torah.
A differenza di Adamo, Dio non caccia Abramo, ma lo invita a lasciare la sua terra, la terra di Haran, con sua moglie Sara, suo nipote Lot, i suoi schiavi, i suoi armenti e i suoi beni per andare in una terra nuova, dove stabilirsi e dare vita a una innumerevole discendenza. Dio non promette ad Abramo l’immortalità, ma la trasmissione della vita attraverso i suoi posteri; potremmo dire, il mantenimento della vita come genere umano, a prescindere dai suoi singoli individui. Questo deve bastare ad Abramo; solo questo gli è concesso, almeno al momento.
Abramo non conosce né i motivi né i processi che sostengono questa richiesta; anzi più volte chiede a Dio come possa succedere che una vecchia come Sara possa concepire un figlio. Eppure Abramo si fida ed esce da Haran, dalla casa di suo padre Terach, per andare nel paese di Canaan. E qui succede quello che la sua conoscenza non avrebbe ritenuto possibile: Sara partorisce Isacco e a cent’anni Abramo può constatare come minima, sfuocata e divergente sia la conoscenza umana rispetto a quella di Dio.
Un altro elemento di novità nel racconto di Abramo è dato dalla comparsa dell’ironia, uno strumento del linguaggio che spesso si rivela più potente di quello didascalico della scienza.
Accade, ad esempio, che nel controbattere ai legittimi dubbi di Abramo circa la propria fertilità, Dio lo conduca fuori (ancora!) per fargli contemplare il cielo notturno e lo inviti a contare le stelle, se in grado di contarle. L’invito è retoricamente ironico: Abramo non potrà mai contare il numero esatto delle stelle, eppure Dio lo assicura che la sua discendenza sarà numerosa come quel cielo stellato.
Più avanti è Sara che viene sorpresa nel racconto a ridere delle cose. Lo fa al capitolo 18 della Genesi, quando dentro di sé dice:” Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!”. E qui accade, incredibilmente, che il Dio iroso di Adamo stia invece al gioco, chieda prima ad Abramo e poi a Sara perché mai si rida delle sue promesse, che non vengono per questo ritirate, ma anzi confermate e ribadite, Tanto che al capitolo 21, non appena dato alla luce Isacco, Sara esclama: “Motivo di lieto riso mi ha dato Dio; chiunque lo saprà, sorriderà di me!”.

Ogni divergenza può essere descritta in termini di viaggio, di moto a luogo.
I motivi del viaggio possono essere i più diversi e, tra questi, da sempre si trovano quelli legati alla sopravvivenza nella vita, i cui itinerari seguono le orme erratiche dell’antilope come i sogni di un buon raccolto, di un buon lavoro, di un buon posto dove mettere su casa. Laddove “buono” normalmente significa “migliore”.
Quando le traiettorie individuali diventano sociali, condividono cioè lo stesso spazio e lo stesso tempo, l’analisi della swarm intelligence aiuta a comprenderne le loro dinamiche, che non differiscono in maniera sostanziale da quelle degli sciami di api, degli stormi di uccelli o dei banchi di pesci.
In questo genere di collettività, il comportamento individuale non perde di importanza, anzi viene potenziato dalla comunicazione resa possibile dalle relazioni di prossimità con i propri vicini. Ciò che ognuno prova, percepisce, vuole o mette in pratica, diviene oggetto di relazione e, all’interno di questa, reso più efficiente, amplificato.
Oggi l’umanità si muove all’interno di un unico alveare, di un unico nido che ha i confini del mondo. Grazie alle tecnologie digitali i livelli di prossimità travalicano i confini della contiguità spaziale. Inoltre, il muoversi all’interno di questi confini ha affiancato i caratteri della virtualità a quelli della fisicità.
Per sua natura, tutto questo movimento genera entropia e cioè disordine. E l’uomo teme il disordine, con una buona dose di ragioni lo associa al concetto della morte. Da qui difese, ostacoli, argini, barriere di ogni genere poste a irragionevole, illusoria salvaguardia rispetto a una marea inarrestabile, che si muove sull’onda di un universale movimento divergente.
Inoltre, per gli aspetti del vivere sociale, almeno ad oggi il mondo è fondamentalmente un sistema chiuso e quindi impossibilitato ad assumere neghentropia dall’esterno. L’unica via di salvezza appare quindi l’autoproduzione di ordine dall’interno, attraverso l’intelligenza. Date le condizioni, attraverso l’esercizio di un’intelligenza collettiva.
Affinché la comunicazione tra prossimi possa avere luogo e quindi possa permettere di alimentare le dinamiche di swarm intelligence, è necessario che essa abbia per oggetto il contenuto di un racconto, che in definitiva corrisponde  direttamente o indirettamente a un racconto di divergenza, ossia di viaggio.
L’autore del viaggio può raccontare ciò che ha visto, ciò che ha fatto e ciò che ha capito; tutte cose che servono a trasmettere conoscenza e quindi ad attivare le forme di intelligenza condivisa che siamo soliti chiamare cultura.
Pertanto, ogni indagine circa il patrimonio culturale di una società (oggi di una società che si sta consolidando come articolata a livello mondiale) non può prescindere da una lettura dei racconti di viaggio.
Tra questi, almeno per noi che sentiamo di appartenere a una cultura saldamente piantata nella civiltà greca e latina, un posto di primo piano spetta ai diversi miti che riguardano la figura di Ulisse, archetipo dell’uomo al tempo stesso attratto dal fascino della scoperta eppure condannato  a spingersi nel viaggio oltre ai confini della propria volontà.
L’Ulisse di Omero, l’Odisseo scarnificato dagli eventi fino a diventare il Nessuno che approda alla corte di re Antinoo sull’isola dei Feaci, trova nella narrazione delle sue avventure il bandolo per riconoscere non soltanto la propria esperienza, ma la propria stessa esistenza. E’ attraverso il racconto degli incontri avuti con i Cicloni, con Polifemo e i Ciclopi, con Eolo, con i Lestrigoni di Antifate, con i Lotofagi, con Circe, Ade, le Sirene, Scilla e Cariddi, nell’ Isola del Sole e nell’Ogigia di Calipso, che progressivamente Nessuno torna essere Odisseo. Un Odisseo sazio di divergenza, con l’unica voglia di tornare a casa.
Speculare rispetto alle vicende dell’Ulisse omerico sono quelle dell’Enea virgiliano, protagonista di un viaggio di sola andata, di divergenza pura, con l’eroe che fugge da una Troia ormai distrutta alla ricerca di una nuova terra su cui fondare una nuova patria. L’Eneide non si propone soltanto di raccontare, ma attraverso il racconto, di spiegare, di giustificare, di elevare il viaggio a condizione indispensabile per un avvenire migliore.

In genere può essere utile suddividere i racconti di viaggio in tre principali categorie, a seconda che abbiano a oggetto la scoperta, la conquista o la conoscenza di sé.
Il primo gruppo si è particolarmente sviluppato a partire dagli anni delle grandi esplorazioni, cioè da quando intorno al XIV secolo l’uomo occidentale ha preso a valicare con metodo le colonne d’Ercole per espandere il campo della propria esperienza. E così è stato un florilegio di testi che descrivono luoghi, distanze, storie, comportamenti, usanze sociali di terre lontane e che hanno nel Milione un modello noto ai più. Come nel Milione, si assiste spesso allo sdoppiamento tra chi conduce l’avventura e chi ne scrive: a Polo e Rustichello fanno seguito ad esempio Cristoforo Colombo e suo figlio Fernando, Magellano e Pigafetta, Cook e Forster.
Col passare dei secoli e il restringersi delle parti del mondo inesplorato, questo genere di narrazione si specializza e tende ad accompagnare i passi della scienza, come con Darwin,  Rousseau, Diderot.
Un secondo ambito di narrazione non descrive il viaggio, ma usa la descrizione del viaggio come elemento di conquista, in grado di modificare o addirittura di creare la realtà.
In fondo, l’Eneide può ben rientrare in questo genere di racconto e la cosa doveva essere tanto evidente a Dante Alighieri da fargli scegliere proprio Virgilio come guida attraverso l’Inferno e il Purgatorio. La Commedia rappresenta l’ultimo capolavoro della classicità, in grado di condurre efficacemente il lettore nel luogo prescelto dell’arrivo, della destinazione; in questo caso fino al luogo unico della piena contemplazione di Dio.
Ma altrettanto capita, ad esempio, con la letteratura cavalleresca di Chrétien de Troyes, di Ariosto, di Tasso e con quella novellistica di Chauser e di Boccaccio, perfino con quella proto-esistenziale attraverso la quale Petrarca descrive l’ascensione al Mont Ventoux.
Si può ritenere che un terzo gruppo di narrazione della divergenza inizi con il Don Quijote, ritenuto a ragione il primo romanzo moderno. La divergenza che pratica Cervantes è quella rispetto alla retorica e quindi al falso, poiché senza alcun dubbio troviamo più affine ai caratteri dell’uomo reale la pazzia di Quijote rispetto a quella di Orlando. Nel suo immaginario Quijote è assolutamente “sincero” con se stesso ed è questa perla preziosa che Cervantes, con la leggerezza che contraddistingue la sua prosa, vuole consegnare al lettore.
Gli epigoni di questo approccio non si contano e vanno dalla letteratura d’invenzione di Defoe, di  Sterne, di Stevenson, di Poe, di Kipling, di Cechov, di Hesse, di Calvino a quella autobiografica e intimista di Montaigne, Goethe, Stendhal, Twain, giù giù fino a Chatwin.
Al di fuori di tutto questo sta la narrazione che non arriva a negare il movimento e il viaggio, ma lo svuota di senso e di contenuti: nei Fiori del male di Baudelaire e soprattutto nel Viaggio al termine della notte di Céline la divergenza è verso il nulla, verso l’abbandono, verso la resa definitiva e totale all’entropia.

Il moto della divergenza non riguarda soltanto la realtà fisica, biologica e sociale. Esso si applica a tutti i processi caratterizzati da una finalità creativa (o, assumendo che tutto derivi dalla trasformazione di fattori preesistenti, ri-creativa).
In questi casi “divergere” vuol dire rompere volontariamente un ordine costituito per crearne (o ri-crearne) uno nuovo, che altrimenti non esisterebbe, non avrebbe luogo; nella consapevolezza più o meno evidente che così facendo si produce entropia e quindi si consuma capacità di lavoro ed “energia vitale”, ma anche che l’inverso, se pure fosse possibile, sarebbe una prospettiva ben meno allettante.
Per l’Homo sapiens la divergenza si applica alla parte più significativa della propria attività cerebrale, quella che oltre alle sinapsi coincidenti con il riconoscimento di stimoli esterni, utili alla propria sopravvivenza, genera quelle capaci di sintetizzare pensiero in astratto, ossia “tratto fuori” dalla propria contingenza.
Riprendendo in esame le dinamiche della swarm intelligence, ancorché appartenenti a realtà complesse di collaborazione, le api, gli uccelli e i pesci agiscono individualmente e collettivamente ai fini esclusivi della sopravvivenza, in tutte le accezioni che il termine consente.
Viceversa, oltre a ciò l’uomo ha la capacità di pensare con prospettive divergenti rispetto al proprio contesto di appartenenza, anzitutto attraverso la simulazione di contesti inattuali, e di farlo per utilità ulteriori rispetto alla semplice sopravvivenza.
E’ quanto sperimenta il bambino fin dalla nascita attraverso quello che chiamiamo gioco, che lungo tutta l’età evolutiva cambia negli ambiti, nei linguaggi e nelle modalità di relazione, pur mantenendo la funzione primaria di sottoporre a verifica tutto il mix di associazioni, valutazioni, intuizioni, deduzioni che siamo soliti ricondurre all’attività del pensare creativamente; il tutto in un ambiente normalmente protetto.
Il gioco del bambino, come quello dell’adulto, è anzitutto sfogo di un pensiero divergente. In qualche misura, si può perfino ritenere che il pensiero divergente null’altro sia che un gioco della mente, nel quale la persona simula la congruenza del pensato rispetto a tutto ciò che sia in grado di confermarlo ovvero di contraddirlo.
Analogamente, l’adolescenza è caratterizzata dalla divergenza rispetto al modello culturale e di valori espresso dai genitori, divergenza necessaria per sperimentare e consolidare evoluzioni della personalità originali, autonome e non meramente replicanti di un modello di riferimento.
A tale proposito, è bene precisare che “divergere” non corrisponde affatto a “divagare”, per le stesse ragioni in base alle quali il termine “passione” non ha alcun punto di contatto con il termine “divertimento”.
Chi diverge in senso proprio, lo fa con un’intenzione e un impegno proporzionale al proprio grado di coinvolgimento, mentre al contrario chi divaga in senso proprio, lo fa per astenersi da ogni coinvolgimento, anzi per sottrarsi più o meno consapevolmente alla fatica del coinvolgimento.
Questo perché pensare creativamente, sottoporre a verifica la congruità del pensato e cercare di adeguare il proprio vissuto alle conclusioni raggiunte (per quanto provvisorie) del pensato, è in senso proprio un lavoro, che consuma risorse.
Il di-vagare e il di-vertimento  assolvono a funzioni salutari di ridurre lo stress psicofisico derivante da un eccesso di impegno nelle proprie attività, comprese quelle del pensiero creativo, ma non vanno confuse con queste, anzi ne sono in buona sostanza l’opposto.
Il gioco costituisce quindi il motore primario con cui le persone costruiscono i percorsi del proprio divergere nell’esistenza, così come l’elaborazione di teorie da sottoporre a verifica sperimentale costituisce la base attraverso la quale si sviluppa il progresso della conoscenza secondo il metodo scientifico.
Senza la divergenza del pensiero creativo applicato al campo della scienza, la conoscenza si formerebbe esclusivamente come risultante dell’esperienza; l’Homo sapiens uniformerebbe la propria intelligenza a quella delle api, degli uccelli e dei pesci, imparerebbe a proprie spese a distinguere i fattori produttivi di entropia e di neghentropia, l’azione delle prede da quella dei predatori.
Peraltro, nella formulazione del pensiero scientifico i presupposti di partenza hanno molta più importanza rispetto ad altri ambiti di espressione del pensiero creativo.

Si può ritenere che nell’ambito della scienza sia ancora corretto parlare di progresso; forse nell’epoca contemporanea, questo è rimasto l’ultimo campo in cui il concetto non risuoni come una moneta falsa. Ciò che si scopre si basa sulle fondamenta di quanto già si conosce e, qualora lo contraddica, lo fa sempre in maniera consapevole e argomentata. Finché reggono i meccanismi di trasmissione della conoscenza, il suo progredire si deduce dal riconoscere che essa non fa che aumentare con il procedere del tempo, nella consapevolezza che certamente sappiamo oggi qualcosa più di ieri e qualcosa meno di domani.
Analogamente alla metafora della Genesi, possiamo davvero descrivere la conoscenza scientifica come un albero che cresce sulle proprie radici, che si espande partendo da ciò che è stato e che continua a rimanere, trasformandosi. I suoi rami si slanciano divergendo verso l’alto, verso la luce.
Per tornare all’ambito della fisica, la fisica sperimentale accompagna il percorso divergente della fisica teorica seguendola fin dove gli strumenti della misurazione lo consentono e lasciando che essa voli fin dove riesce, anche nell’ipotesi che questo avvenga in una dimensione che non è quella dello stesso spaziotempo. Le teorie della meccanica quantistica, che regola la fisica microscopica dentro la lunghezza di Plank, e tanto più le ricerche della Teoria unificante e forse conclusiva del Tutto, non esisterebbero senza l’ardire e insieme il rigore di un pensiero divergente, che pone domande e ricerca risposte che usino il linguaggio coerente della matematica.
Ma in generale è tutto il pensiero creativo che si sviluppa producendo ipotesi divergenti rispetto al pensare e al sapere consolidato.
Lancia lenze, ami, ancore, cerca nuovi appigli nella roccia per sollevarsi magari solo di una spanna e da lassù godere di una vista inesplorata.

Guido Conforti

Founder di Biarritz Studio

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