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L’ultima galleria

Se lo trovò davanti appena scesa dal treno, al binario 28, sperduto termine di umanità cui approdava ogni sera. Lo aveva visto dal finestrino, e immediatamente si era chiesta cosa ci facesse lì. Non ne conosceva nemmeno il nome, ma della sua vita di pendolare sapeva quasi tutto, mosse studiate e ricostruite da una fitta rete di amiche-spie. La mattina viaggiava con lei, ma il pomeriggio partiva prima. Non c’era speranza d’incontri serali. Dunque a quell’ora tarda, quell’ora da ultimi… cosa ci faceva lì?
Come se niente fosse. Le rivolse la parola come se la conoscesse da sempre, come se l’aspettasse: Ho perso il treno.
Fu colta di sorpresa, ma rispose senza esitare: Prendiamo l’Eurostar. Vado a fare il supplemento. In genere prendo il regionale…
Come l’avesse trovata, come conoscesse i suoi orari, gli spostamenti, era un mistero:
Forse avrà anche lui una rete di spie!
Ma non le importava saperlo. Tornò sulla terra pensando al supplemento, andò sul pratico: Aspettami sul treno, vado e torno. Sali sulla prima carrozza, poi casomai ci spostiamo.
Non attese la risposta, volò danzando verso la biglietteria, ed era la più grande ballerina di tutti i tempi, ché i piedi si muovevano ad un palmo dal suolo. Alla biglietteria fila non troppo lunga, tempo delizioso per pensieri deliziosi. Cipria specchietto rossetto lucido – pallido. Appena un po’. Sorriso smagliante all’impiegato dello sportello e via verso il binario.
Il treno le parve strano quella sera. Forse più pulito del solito, forse meno affollato. Perfino la consueta puzza stagnante di stoffa vecchia e polvere stratificata sembrava aver lasciato posto ad un leggerissimo profumo, miele e cera avrebbe detto, e spezie, e agrumi. Forse qualcuno che mangia un mandarino, pensò salendo, sguardo vagante alla ricerca di un berretto bianco. Eccolo, legge. Come al solito, come la prima volta che lo aveva visto, chino su un libro dal dorso rosso, capelli che uscivano a ciuffi dal berretto di lana grossa, grandi occhi tondi un po’ distanti sempre imbronciati, occhi belli che non era mai riuscita a guardare per più di un secondo. Gli porse il suo supplemento, si tolse il cappello, fece per sedersi.
PLIN-PLON!
Si avvertono i signori viaggiatori che i Responsabili di Settore (Alte Sfere, mica quegli scalzacani dalla barba lunga che vi bucano il biglietto di solito) stanno conducendo un’indagine statistica a bordo del treno. I signori viaggiatori sono pertanto invitati ad alzare il culo e visitare la seconda carrozza.
Ma non è possibile!
Esplose ridendogli in faccia. Sembrava che lo avessero sentito solo loro. Gli altri continuarono imperterriti a fare quello che si fa normalmente su un treno: chi leggeva, chi dormicchiava, chi faceva il sudoku. Lui aveva già chiuso il libro, e l’aspettava in piedi con una mano sulla porta di comunicazione.
Andiamo?
Si alzò perplessa e rassegnata. L’importante era lui, la sua presenza, quel berretto bianco di lana grossa. Afferrò borsa, sacchetti cappello. Girò la sciarpa intorno al collo e lo seguì.
Andiamo.
Nella seconda carrozza c’era l’orchestra di Glenn Miller che suonava Moonlight Serenade. Il direttore in persona li accolse sorridendo, senza smettere di dirigere, muovendo appena le mani. Lei indossava un abito lungo, morbido e drappeggiato, ed aveva i capelli pettinati ad onde. Lui sopra lo smoking aveva tenuto il berretto di lana, e stava d’incanto. La invitò a ballare tendendole la mano destra. Lei si trovò a porgere la sua lungoguantata di nero. Fu tra le sue braccia. Ora lo guardava negli occhi come non aveva mai avuto il coraggio di fare, e intanto le trombe e i violini ci davano dentro. Un controllore in alta uniforme si avvicinò con un vassoio d’argento e due flûtes di bollicine.
PLIN-PLON!
Si avvertono i signori viaggiatori che il tempo a loro disposizione è terminato. I signori viaggiatori sono invitati a smuovere i loro preziosi culi e a recarsi nella terza carrozza.
Nella carrozza tre c’era un pianoforte a coda. Al pianoforte era seduto Antonello Venditti, Ray-Ban e cappello di paglia compresi. Un sax invisibile introdusse gli accordi del pianoforte, sui quali il noto cantante romano attaccò “Ricordati di me”. Lei aveva un vestito a fiori di tanti anni prima, ed era bellissima. Lui aveva i jeans e quella maglietta rosa che gli donava tanto, teneva ancora in testa il berretto bianco e stava benissimo così. Si sedettero vicini vicini, e fuori dal finestrino non c’era più il buio della notte e delle gallerie. C’era Roma e un bel cielo azzurro, e poi campagna e paesi, e poi il mare. Si avvicinarono ancora di più, le loro mani stavano per incontrarsi…
PLIN-PLON!
Si avvertono i signori viaggiatori che è ora di andare avanti senza indugio, che per le smancerie c’è tempo, quindi alzatevi e pedalate verso la quarta carrozza.
Nella carrozza quattro c’era una baraonda infernale di gente che ballava, beveva, gridava. Buio e luci colorate, come una discoteca, musica a tutto volume ed improvvisi lampi accecanti che illuminavano Ausiliari lanciati in danze sfrenate. Lui le si avvicinò e cavò di tasca il suo lettore MP3 con due coppie di auricolari. Infilatone una nelle proprie, inzeppò ben bene gli altri due nelle orecchie di lei, e… miracolo! Il tempo delle mele, Reality, la sua adolescenza! Ere, milioni di anni prima. Il sogno di tutte le ragazzine, solo che al posto del walkman c’era un minuscolo lettore MP3, e al posto dell’adolescente baffettuto e brufoloso c’era un uomo bellissimo con un berretto di lana bianca. Lui le cinse la vita, lei gli allacciò le braccia al collo, e ballarono come due adolescenti di trent’anni fa, impacciati e un po’ distanti. Lei ebbe di nuovo la frangetta, gli occhiali a farfalla, i calzoncini alla pescatora e le cinesine fucsia. Il perfido altoparlante li raggiunse dentro gli auricolari.
PLIN-PLON!
Sveglia pigroni, che è ora di andare! Prendete i vostri quattro stracci e transumate verso la carrozza cinque, che non c’è tempo da perdere…
Nella carrozza cinque c’era Claudio Baglioni con la chitarra. Era strano, sembrava anche lui venire da un’altra epoca. Aveva il nasone, i capelli lunghi e gli occhiali neri. Ma non cantò. Lascio che a cantare fosse lui, da sotto il berretto bianco:
Passerotto non andare via…
Lei si sentì proprio un passerotto, e l’unico desiderio che aveva era di spiccare il volo verso quelle braccia. E che quel viaggio non finisse mai. Nonostante la polvere, la stanchezza, i piedi doloranti. Nonostante la misera vita che si portava appresso nei sacchetti della spesa. Nei tuoi occhi il sole muore già…
Che importava poi che il sole morisse, che importava se lo avessero aspettato insieme, lei e il berretto di lana.
Senza te morirei
Senza te scoppierei
Senza te brucerei
Tutti i sogni miei
Aveva pure una bella voce, penso lei cercando di non andare alla deriva in quel mare di melassa. Ma in fondo le piaceva, ah se le piaceva! Ed erano sempre più vicini, e lei si era un po’ stufata che non si fossero ancora dati un bacino! Ora però sembrava il momento giusto, le sembrava proprio che le loro labbra fossero lì lì per….
PLIN-PLON!
Si avvertono i signori viaggiatori che tra pochi minuti arriveremo alla stazione di Orte. Prossima fermata: Orte.
Si era addormentata come al solito. Benedetto altoparlante. Era l’ultima galleria. Col cuore in gola raccattò le borse, la sciarpa, il cappello. Si abbottonò ben bene il cappotto nonostante il caldo torrido della vecchia carrozza, cercò le sigarette in tasca e si soffiò il naso con forza. Aveva dieci minuti prima del prossimo treno, l’ultimo della giornata, che l’avrebbe infine portata a casa.
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